BlogDay 2010.

Blog Day 2010Oggi è il BlogDay 2010, ma dalle prime edizioni di byte nelle reti ne sono passati ed ormai i blog stessi paiono più una reminescenza del passato.

La maggior parte dei miei impulsi celebrali in rete ormai passano da altri siti, da altri sistemi, da altri concetti.

La vita è veloce, non c’è più tempo di assimilare un concetto prima di manifestarlo in maniera ampia, si rincorre la notorietà in un tweet, in un messaggio su FriendFeed o su Facebook (quest’ultimo è riservato alle persone che conosco anche fuori dalla rete oppure da tanti anni online, non chiedetemi l’amicizia se non siete di quelle categorie).

Ebbene trovo inutile qui indicare 5 blog perché fra quelli più attivi sarebbero siti di informazioni che hanno scelto una piattaforma blog con feed RSS anziché altre modalità di pubblicazione.

Le persone, quelle che chiamo ancora blogger, le incontro più che altro su FF e tramite FF seguo spesso anche il loro feed RSS “vecchia maniera” anche se la discussione, i commenti, sono in tanti posti differenti e sempre più difficile da seguire.

La rete è sempre più liquida, sparsa in decine di rivoli non classificabili.

Attenzione a quando la rete sarà gassosa, potrebbe trattarsi di una scoreggia.

Posta vocale.

Google ha lanciato (ma pare che non sia ancora diffuso per tutti) la possibilità di effettuare telefonate in tutto il mondo direttamente dalla casella di GMail.

Infatti nella colonna, nella parte relativa alla Chat di GoogleTalk è comparso la nuova voce “Call phone”.

Mi risulta che non tutti abbiano ancora questa funziona abilitata, escludendo che sia per via dell’interfaccia (io uso quella in italiano) probabilmente stanno progressivamente attivando la funzionalità a tutti gli utenti.

Visto che fino a fine anno è possibile chiamare USA e Canada gratuitamente c’è chi si sta apprestando ad usare la soluzione per un corso full immersion di inglese (malgrado i miei dubbi sulla qualità dell’inglese parlato negli USA), per l’Italia invece le tariffe non sono così sorprendenti.

Una chiamata ad un numero fisso costa 0,02 $ al minuto. Poco meno dei 0,024 che chiede Skype. Un po’ più vantaggiose rispetto a Skype le tariffe verso i cellulari dei maggiori operatori, stranamente più care invece le comunicazioni con gli operatori virtuali (PosteMobile, CoopVoce, FastWeb, Tiscali, ecc.)

Per poter effettuare le chiamate serve l’installazione di un apposito software.

Markingegno si chiede se con questa mossa Google metta paura alle compagnie telefoniche. Io penso proprio di no, per una serie di motivi:

  1. In ogni caso Google non ha una rete e per forza di cose dovrà passare attraverso un operatore per raggiungere tutti i numeri telefonici del pianeta.
  2. Il modello verso cui ci si sta muovendo per la telefonia è flat, un canone che comprende allacciamento alla rete (fissa o mobile), collegamento ad internet, telefonate e messaggi. Quale vantaggio avrei a pagare 2 cent al minuto se già da casa posso fare tutte le telefonate che voglio gratis? Quale vantaggio avrei a pagare 21 cent al minuto se dal cellulare ne ho 200 gratis alla settimana e regolarmente ne rimango più di 190?
  3. Se Skype non ha fatto il danno che alla sua nascita in tanti avevano previsto, le telefonate su rete tradizionale ci sono ancora.
  4. Negli USA e nel Canada le telefonate sono gratis fino a fine anno, non è detto che continuino anche dopo. Anche Teletu (chi sta alla larga sono io) offre 6 mesi di ADSL e telefonate gratis. Questo non fa scappare tutti dagli altri operatori.

Insomma, a parte l’interesse dei primi giorni ritengo che questa nuova funzionalità offerta da Google in contrapposizione anche con Google Voice (e questo è un altro problema di Google, spesso i prodotti nascono in contrapposizioni con altri già presenti) non andrà a rubare chissà quanta utenza agli altri, men che meno agli operatori telefonici tradizionali sulle cui linee voce e dati comunque le telefonate continueranno a passare.

Voi cosa ne pensate?

Odio Beppe Grillo.

Su invito di Mantellini scrito un post con questo titolo.

Non so cosa abbia scritto Beppe Grillo di tanto grave, gli giro serenamente al largo e non ho intenzione di andarlo a scoprire.

Del resto la figura politica del non faccio il politicante non mi interessa.

Almeno quando faceva il comico a tempo pieno faceva ridere, ora fa piangere come tutti gli altri. Con l’aggravante della vendita dei suoi santini et souvenir.

Par condicio.

Internet fornisce certamente molte opportunità a tutti.

Ad esempio ora il mio post sul nuovo codice della strada e casco per la bici compare in prima pagina (se non in prima posizione) con molte combinazioni di keyword nonché, come di mostra lo screenshot qui a lato, anche in bella compagnia.

Più che del numero di emittenti televisive nelle mani del Presidente del Consiglio i politi dovrebbero interessarsi al miglioramento dell’accesso alla rete.

Il problema però è che poi loro stessi dovrebbero essere in grado di accedervi per sfruttare al meglio le opportunità che la rete offre.

Libertà di caffè.

Vittorio Zambardino paragona internet al caffè con il risultato che viene sù senza crema.

Perché paragonare il nuovo progetto Google-Verizon al Nespresso ed il Nespresso all’Apple che è il marchio idolatrato da tutti coloro che sono contro al progetto Google-Verizion è un po’ un controsenso.

In ogni caso quando c’era il Videotel dove tutta la telematica era moderata ed a pagamento integrativo o quando c’era Compuserve che era integralmente privata e ci saliva solo a condizioni ben determinate, non mi pare che ci fosse nessuno a lamentarsi della neutralità della rete.

La stessa internet non è nata neutrale, a meno che si voglia pensare che un progetto militare della più grande superpotenza possa essere neutrale.

Ebbene ora abbiamo delle aziende (che come fine ultimo hanno il profitto) che vogliono trovare soluzioni più remunerative per il loro lavoro.

La rete non è libera, perché a differenza dell’aria c’è bisogno di qualcuno che alimenti ogni singolo scatolotto che la compone. Visto che non è la collettività a farlo, non sono i governi, c’è bisogno di qualcuno che ogni giorno apra il portafogli e paghi le bollette della luce, l’affitto dei locali (perché non è che essendo la rete intangibile lo siano anche gli apparati che la compongono) e il noleggio dei cavi che qualcuno ha posato.

A questo punto c’è da accordarsi su chi paga il conto. Si può fare alla romana, in cui ognuno paga la sua parte o si può fare che qualcono offre ma si aspetta di averne comunque un vantaggio (un po’ come i tramezzini per i blogger).

Quando è nato Altavista era sostanzialmente l’unico motore di ricerca di un certo peso e tutti usavano quello, poi tanto tempo dopo è arrivato Google, interfaccia pulita, nessuna pubblicità, tutti a correre al suo capezzale. Ma il conto come lo pagava Google.

Lasciando stare l’ipotesi che Google e FaceBook possano essere finanziati dalla CIA, FBI, ecc. come farebbero con un Echelon su base volontaria, rimane l’ipotesi che si tratti di aziende che alla fine dell’anno devono presentare un bilancio, e presentarlo con un utile.

Ebbene Google ha iniziato ad introdurre la pubblicità, testuale, poco invasiva e molto coerente con la pagina per aumentarne la resa. Questo serviva per mantenere in piedi tutta la baracca.

Ora per continuare a non far pagare cash gli utilizzatori del suo sistema (al contrario ad esempio di quanto stanno pensando e facendo i vari media) stanno pensando di preparare un canale preferenziale e protetto per chi vorrà entrarci.

Ci vuoi entrare? Accetti le condizioni. Vuoi continuare ad usare la rete come ora? Non c’è trippa per gatti, o peggiorano le condizioni o aumentano i costi.

Ad ognuno la sua scelta, compresa quella di uscire dalla rete.

E visto che parlo di Google ne approfitto anche per due parole sul discorso privacy sollevato di recente da Repubblica.

Bene, aprite il vostro portafogli, quante tessere ci sono? Bancomat? Carta di credito? Fidelity card del distributore o della GDO? Buoni sconto? Raccolte punti? Tutte queste creano un profilo, ciascuna il suo, ciascuna che aggiunge un tassello a quello che le aziende sanno di noi. E per quasi tutte c’era anche la casellina per cedere le informazioni a partner commerciali, quindi magari buona parte di questi tasselli sono già stati accorpati in un altro grande archivio fuori dal nostro controllo.

Nella home di Google trovo le indicazioni sulla gestione della privacy che accetto nel momento stesso in cui effettuo la prima ricerca, in legalese si chiama comportamento concludente. E Google mi offre anche una dashboard da cui verificare tutte le informazioni sul mio conto in loro possesso.

Su Repubblica al contrario ho cercato dalla mappa del sito come intendono tutelare la mia privacy. Senza riuscirci. Eppure anche loro gestiscono dei log, gestiscono anche sistemi di tracciatura dei rimandi. Ci sono contenuti che possono far capire orientamenti sessuali, politici e religiosi. Nulla, non sono riuscito a trovare l’informativa, quella per il sito del gruppo c’è ma sul singolo sito repubblica.it, se c’è, è ben nascosta.