Normativa antiblog?

Quando si procede per delitti di istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi, ovvero per delitti di apologia di reato, previsti dal codice penale o da altre disposizioni penali, e sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che alcuno compia detta attività di apologia o di istigazione in via telematica sulla rete internet, il Ministro dell’interno, in seguito a comunicazione dell’autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l’interruzione della attività indicata, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine.

via Proposta di modifica n. 50.0.100 al DDL n. 733.

Ci siamo di nuovo, ci stracciamo le vesti senza leggere la normativa.

Mi pare che il primo comma dell’articolo 50bis del disegno di legge 733 del Senato sia chiaro.

Non è assolutamente, come dicono alcuni, che il Ministro dell’Intero possa liberamente bloccare qualunque sito istighi a delinquere.

L’autore del blog deve essere indagato dalla magistratura per uno di questi reati ed il magistrato disporre l’oscuramento del sito. Solo a quel punto, e solo se il ministro lo riterrà opportuno, può essere emanato un decreto di oscuramento del sito.

A questo punto delle due l’una:

  1. O si ritiene che la magistratura sia autorevole ed indipendente e che quindi non si prenda la briga di oscurare un blog solo perché parla male del governo;
  2. O si ritiene che la magistratura sia oscurantista ed abbia secondi fini ed allora si da ragione a Berlusconi quando dice che i magistrati sono politicizzati.

Decidetevi e continuate a bloggare liberamente sapendo che siete responsabili delle vostre dichiarazioni anche con la normativa vigente.

Non si smentiscono mai.

Pare che il Governo si appresti a porre la fiducia sulla norma sulle intercettazioni.

Per quanto io possa essere d’accordo su un uso molto più ottimizzato e soprattutto riservato solo ed esclusivamente ai magistrati senza che queste intercettazioni possano uscire dai palazzi di giustizia c’è il solito passaggio nel testo sull’obbligo di rettifica che va a colpire anche i blog.

L’articolo reciterebbe infatti:

Per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono.

Ora la cosa è alquanto ridicola per la formulazione data e sostanzialmente non porterà nessun vantaggio ai richieditori richiedenti di rettifica professionali.

Leggendo bene il testo possiamo facilmente desumere che:

  1. Rettifica entro 48 ore dalla richiesta, come si fa la richiesta? Deve essere tracciabile? Ritengo di sì, dunque mail PEC (che i privati cittadini non sono obbligati ad avere e che comunque sconsiglio di pubblicare sul blog anche per evitare spam certificato) oppure raccomandata cartacea o telegramma. E finché non firmo per ricevuta non possono pretendere la rettifica. Sarebbe troppo facile altrimenti dire di aver mandato una richiesta di rettifica.
  2. (ancora più interessante di 1.) le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate on le stesse caratteristiche […] dunque nessun obbligo di modificare in alcun modo il post originale ma la completa possibilità di realizzare un nuovo post contenente le ulteriori informazioni e/o smentite con un link al primo (che invece pare non essere obbligato a contenere un link al secondo). In buona sostanza mentre il primo mantiene ed aumenta la sua visibilità grazie al link del secondo e magari essendo stato ottimizzato sul lato SEO il secondo potrebbe essere meno appetibile dai motori di ricerca perché il vincolo è, ovviamente, sul solo sito che deve presentare la smentita grande quanto l’originale.

Io fossi in voi colleghi blogger non mi preoccuperei granché, hanno fatto l’ennesima legge paragonando internet alla TV (dove ovviamente la smentita non può essere la modifica di ciò che è già andato in onda) ed almeno questa volta è una buona notizia.

Voi cosa ne pensate?

Il buio in fondo al tunnel | Il Post

Pur con le cautele che il rigore scientifico impone di fronte a scoperte ed esperimenti che hanno bisogno di attente verifiche, il ministero e il governo non possono non constatare che laddove sono stati mantenuti investimenti sufficienti a consentire qualificate ricerche scientifiche, queste ricerche danno dei frutti e approfondiscono la comprensione del mondo e di ciò che è ancora oscuro, rendono lustro al lavoro delle istituzioni scientifiche italiane, e pongono le basi per il rinnovamento della crescita economica e scientifica nazionale.

Il ministero e il governo non possono che esserne fieri e trarne il giusto insegnamento per il futuro e per le valutazioni sugli investimenti necessari al nostro paese, che solo dalla solidità della sua scuola, università e ricerca scientifica potrà trarre i mezzi per tornare a essere competitivo culturalmente, scientificamente ed economicamente con il resto del mondo, come merita.

via Il buio in fondo al tunnel | Il Post.

Se mai un governo facesse un comunicato del genere non sarebbe in Italia.

Lega Nerd – Germania.

Il successo ottenuto dal  Partito Pirata alle elezioni amministrative in Germania secondo me non è una vittoria per la Germania stessa.

A mio avviso il programma politico del Partito Pirata non mi pare dissimile (dal punto di vista dell’ampiezza degli argomenti trattati) da quello della Lega Nord.

Pochi punti programmatici che riguardano un territorio (reale o virtuale) abbastanza ristretto ed un peso sproporzionato grazie al movimento di protesta che li ha portati al potere.

Il rischio di andare al governo e di essere accomodanti sui tanti punti non programmatici al fine di raggiungere qualche pallido risultato per il proprio programma politico è concreto. E dal mio punto di vista non è buono.

Sbagliare tempo (IVA compresa).

Avete presente quando un comico sbaglia tempo? Anche la miglior battuta ne risulta inesorabilmente rovinata.

Ora, neppure il peggior comico della storia dell’umanità che diventasse malauguratamente primo ministro di una nazione gloriosa (malgrado l’opinione dei suoi cittadini) potrebbe sbagliare i tempi a questo modo.

Da oggi, sabato a metà mese, è in vigore la nuova aliquota IVA al 21% che va a sostituire quella precedente del 20%. La norma che è entrata in vigore a mezzanotte è stata pubblicata sul sito della Gazzetta Ufficiale fra le 21.30 e le 22.30 di ieri. In buona sostanza la certezza della modifica di questa mattina si è avuta con un margine di manovra di 90-150 minuti.

In via informale, supposto, si è comunque saputo solo ieri mattina, a meno di 24 ore dall’entrata in vigore.

È mai possibile che il cambio di una norma fiscale di questo tipo abbia un’entrata in vigore tanto repentina? Uno sbaglio di tempi tale da distruggere in tutti gli operatori economici (coloro che si ritiene più affini al governo in carica) ogni residua fiducia nell’esecutivo.

E se il danno fosse solo per una parte politica non sarebbe neppure grave, la realtà è che una manovra che dovrebbe risollevare dalla lunga crisi rischia peggiorarla non solo per l’aumento dell’IVA (che di per sé storicamente non ha mai fatto aumentare i consumi) ma perché demoralizza tutte le forze economiche.

Non le demoralizza l’aumento in sé quanto il tempo scelto, perché il fattore tempo è quello dannoso in questa manovra, un tempo istantaneo.

La Germania non molti anni fa ha portato l’IVA dal 16 al 19% in una sola volta. Ma aveva dato un ampio preavviso dell’operazione. Aveva scelto il tempo giusto.

Perché il tempo giusto è servito a rilanciare i consumi nell’immediato, perché un 2,6% di aumento su acquisti “importanti” si fa sentire e quindi chi stava alla finestra per vedere quel che accadeva si è precipitato in strada ed è corsa nei negozi a comprare.

E noi con il tempo sbagliato ci siamo persi questa opportunità.

Perché il tempo giusto consente di assimilare l’aumento come male necessario per un bene più grande per la collettività. Il bisturi serve per curare, ma viene usato anche per fare le rapine come strumento atto ad offendere.

E noi con il tempo sbagliato ci siamo persi questa opportunità.

Infine il tempo giusto serve per la crescita, le aziende avrebbero avuto il tempo necessario per ottimizzare il passaggio, approfittando della revisione anche per rivedersi internamente magari aggiornando certi processi. Le aziende produttrici di gestionali avrebbero potuto implementare l’aggiornamento con le adeguate verifiche e non buttare fuori di corsa aggiornamenti che rischiano di paralizzare i clienti in caso di errore. Magari alcuni avrebbero approfittato per cambiare la cassa introducendo l’informatizzazione nel punto vendita.

E noi con il tempo sbagliato ci siamo persi questa opportunità.

Io personalmente avrei aumentato l’IVA non di 1 punto ma di 2, però a partire dal 1° gennaio 2012. L’incremento degli introiti per lo stato sarebbe stato certamente non inferiore ma i cittadini, le imprese, tutti avrebbero accolto questa manovra (accompagnata dai tagli alla politica che sono stati solo marginali) con meno astio.

Sarebbe stato più facile identificarsi nel paziente che viene curato dal medico con il bisturi per la sua salute. Invece ora sembra che siamo stati tutti stuprati sotto la minaccia del medesimo bisturi.

Questo succede a sbagliare tempo (+ IVA al 21%).

Meno mail.

Immagino di non essere stato l’unico a ricevere la mail qui accanto in cui Facebook mi comunica che da ora in poi riceverò dai loro server molte meno mail.

“Meno mail, meno male!” potrà pensare qualcuno.

A mio avviso invece il primo obiettivo di Facebook non è quello di non intasarci la casella bensì quello di farci passare più tempo sul social network tramite l’interfaccia web o tramite le app per piattaforme mobili (sperando che rilascino presto anche la versione per iPad).

In buona sostanza per chi non ha uno smartphone o un tablet in modo da ricevere le notifiche direttamente nell’app dedicata la comunicazione rarefatta porta a non avere più le informazioni via mail in un formato quasi push tornando ad una modalità pull, siamo noi che dobbiamo andare a cercarcele sul sito aumentando ulteriormente le pagine visualizzate ed il tempo di permanenza.

Sì, è vero che puoi andare a ripristinare tutte le notifiche che vuoi, ma in quanti lo faranno davvero?

Complimenti a Facebook che facendo credere di pensare ai suoi utenti tira l’acqua al suo mulino.

Voi cosa ne pensate?

Numeri da circo e classi pollaio.

Non sto a tornare sui numeri dicendo che sono del 2009 e non aggiornati (sfido chiunque di voi ad avere dati aggiornati da qualunque organismo internazionale su qualunque materia).

La consistenza media delle classi, in ogni caso, lascia il tempo che trova (come diceva appunto anche .mau.), magari una moda è molto più efficace per fare una fotografia della realtà.

Anche il fatto che le classi con oltre 30 alunni rappresentino rappresentassero appena lo 0,6% del totale lascia il tempo che trova. Dove sono ubicate queste 2.108 classi? In aule adeguate? Come sono diffuse? Sono veramente eccezioni o sono ormai prassi per certe scuole o certi luoghi?

Se si vuole analizzare la situazione della scuola i numeri non servono a nulla se non a porre l’attenzione sul dito anziché sulla Luna. La statistica poi…

Ebbene se vogliamo parlare di scuola dobbiamo abbandonare le statistiche nazionali, come pure quelle regionali e forse anche provinciali.

Dobbiamo andare in una scuola, la scuola che ci interessa. A me interessano ad oggi quattro scuole statali sulle cinque che ci sono nel mio comune, in ognuna di esse ho almeno un figlio ed in una in particolare sono presidente del consiglio d’istituto da tanto tempo, da ben prima che la Gelmini diventasse ministro. A dire il vero quando ho iniziato ad occuparmi di scuola il governo era di un altro colore ed ha cambiato più volte in questi anni. Parlo quindi con cognizione di causa.

Ebbene vi assicuro che il problema della scuola non sono le classi numerose. Magari fosse appena quello.

La mia preside ha 2 istituti, 12 plessi, 2700 studenti dai 3 ai 13 anni. Se vuole fare un giro per tutte le strutture sotto il suo controllo diretto fa allegramente 100-120 km.

Pensate ad un insegnate che manda uno studente dal preside, quando mai riuscirà a vederlo? Ma non è un’eccezione. Tutti i dirigenti scolastici del mio comune hanno due scuole (anche se le altre hanno meno sedi distaccate) in provincia di Ravenna ci sono 46 scuole, 20 hanno la reggenza.

Ma il problema non è solo di dirigenti, i bidelli (classe sempre considerata, a torto, di fannulloni) hanno subito un taglio enorme. Ora ci troviamo con bidelli che vagano per il territorio per aprire più scuole, se verranno giornate di nebbia o di gelo ci si troverà alla mattina con scuole ancora chiuse perché non si può aprire troppo presto la prima.

A Faenza una scuola materna è stata costruita su 4 palazzine, una per sezione (edilizia moderna, appariscente ma non funzionale). Ora i bidelli sono stati tagliati, una persona dovrà fare la spola fra due palazzine distinte per tutto l’inverno ogni volta che un bambino avrà bisogno del bagno (perché la maestra mica può abbandonare la classe per accompagnarne uno).

Poi ci sono le assurdità delle graduatorie per cui ci siamo ritrovati alle superiori con un’insegnante di Potenza con 4 ore settimanali di lezione. Non bastano mica 4 ore settimanali per pagarci l’affitto e così faceva la pendolare.

No, non cambia molto se in classe ci sono 28 o 32 studenti, non cambia nella misura in cui ci sono degli insegnanti validi, perché ci sono anche quelli incapaci di insegnare, incapaci di tenere una classe anche poco numerosa.

Il problema della scuola non sono neppure i bilanci tagliati (e sono stati tagliati di tanto) quanto l’incertezza del quanto e quando che impedisce ogni seria pianificazione. Non solo dal punto di vista economico ma anche e soprattutto di risorse umane.

È anche per questo che lavoro per la scuola (ora stiamo organizzando una festa provinciale dopo la positiva esperienza di Faenza l’anno scorso), per far capire alle scuole che non sono sole, che hanno con loro anche molte famiglie che hanno fiducia nella scuola e che chiedono che la scuola torni ad essere risorsa per tutta la società e non un problema di quelli che si ostinano a riprodursi.

Ben vengano allora le classi numerose, purché in strutture a norma, con docenti preparati e motivati, con risorse (scarse per colpa della crisi?) certe e tempestive.

Io spero che la lotta per salvare la scuola sia anche l’inizio della riscoperta del patto educativo.

Spero che segni la rinascita della scoperta del bene comune, la base di una nuova società.

Solo il social DRM salverà l’editoria (senza dimenticare la qualità).

C’è un libro che mi è stato consigliato e che vorrei tanto leggere, vorrei leggere questo come altri che ho iniziato e non ancora concluso perché il tempo libero concesso da un’azienda e da una famiglia numerosa non è poi così tanto.

Il tempo libero (o meglio tempo vuoto) si concentra soprattutto nelle attese, davanti a scuola, nella sala d’aspetto del dottore, in fila in qualche ufficio.

Questo fa sì che il sistema migliore per leggere i libri è averli sempre con sé, averli dentro l’iPad.

Sorge però un problema di formati, di compatibilità, non è dato sapere a priori se quel libro riuscirò ad aprirlo o se dovrò installare l’ennesimo (ammesso che esista) programma che si occupa di rendere intelligibile il testo di un libro. Stiamo parlando di un comune file di testo, con qualche formattazione stilistica e magari qualche immagine. Non è un programma che richieda chissà quali componenti specifici per funzionare, è un testo!

E così assieme all’iBooks nativo su iPad (che sto usando per leggere Facebook per genitori gentilmente offertomi dall’editore e di cui scriverò una recensione appena riesco a finirlo) ho aggiunto anche Kindle, il software per gli ebook Amazon per leggere [amazon_link id=”1118061934″ target=”_blank” container=”” container_class=”” ]Twitter for good[/amazon_link] che per un breve periodo era in offerta gratuita.

Tornando ad oggi il libro che vorrei leggere è Una scuola da rifare, con i lucchetti digitali di Adobe DRM. Per poterlo aprire, sperando senza intoppi, dovrei installare il terzo software per leggere un comune file di testo, Bluefire reader o un altro analogo. Ci sarebbe anche la soluzione di manomissione del lucchetto e l’uso del file non protetto su cui tornerò dopo.

Circa un anno fa scrivevo questo post partendo da un tweet di Alessandra Farabegoli. Le cose non sono affatto cambiate.

I sistemi vigenti di protezione dei contenuti non tutelano gli acquirenti. Anzi, gli pongono tanti e tali limiti che la protezione è un freno all’acquisto. Un freno soprattutto al primo acquisto per tutta una serie legittima di remore sulla possibilità di sfruttare appieno ciò che si è regolarmente pagato.

Vita più facile hanno, come accennavo, i criminali. Ci sono programmini, che non cito anche perché non li conosco, che in pochi istanti rimuovono i DRM ed il file diventa immediatamente leggibile anche su iBooks, ma a quel punto anziché rivolgersi all’editore magari vale la pena rivolgersi a chi ha già fatto l’operazione senza troppi scrupoli: tu cerchi di ingabbiarmi, io cerco di scappare. Legittima difesa.

Come dunque tutelare gli autori e gli editori senza penalizzare gli utenti? La risposta più semplice è l’uso del social DRM usato ad esempio per la copia di Facebook per genitori in mio possesso.

Il file non ha vincoli logici di distribuzione, posso prenderlo e mandarlo a chiunque, ma dentro al file stesso ci sono i miei riferimenti e rimuoverli tutti richiederebbe più lavoro che la rimozione del DRM di blocco.

In questo modo si avrebbero diversi vantaggi per gli editori (lo scrive anche Feltrinelli):

  1. verrebbe comunque limitata la distribuzione indiscriminata del libro, nessuno vorrebbe trovare il proprio numero di telefono nel bagno dell’autogrill;
  2. verrebbe comunque consentito il prestito del proprio libro all’amico fidato (quello che non lo manderà in giro a sua volta) e che magari deciderà di acquistarlo;
  3. crollerebbe drasticamente il freno all’acquisto perché il libro non avrebbe lucchetti che non so se e come potrò aprire, soprattutto se già ho letto la copia del mio amico;
  4. calerebbe di conseguenza la pirateria ed aumenterebbe il passaparola sul libro che porta a nuove vendite.

Perché alla fine dei conti per dimezzare l’incidenza della pirateria si può dimezzare la pirateria ma si può anche raddoppiare la pirateria e quadruplicare le copie vendute legittimamente. E penso che la seconda strada sia più vantaggiosa per gli editori e per gli autori.

Ed il caso di persone che acquistano il libro originale dopo aver letto la copia piratata non è semplice utopia.

Ovviamente tutto questo funziona a condizione che i contenuti siano di qualità.

Voi cosa ne pensate?

RomagnaCamp 2011.

Potrei raccontare tutto il RomagnaCamp 2011 con questo tweet:

Il #romagnacamp 2011 è molto più produttivo di quello 2007 senza comunque perdere nell'informalità e nella socialità.
@scardovi
Stefano Scardovi

Ma non posso scrivere un post con un solo tweet e così approfondisco un po’ i concetti. Partendo dal post-camp.

Domenica ho lasciato sedimentare l’enorme mole di informazioni assimilate durante l’evento del sabato ed il preambolo del venerdì sera. Perché veramente la qualità e quantità di informazioni ricevuta era straordinaria, frutto non solo di grande competenza dei presenti (oratori o meno) ma anche di tanta volontà di condivisione.

Quindi torniamo a sabato, il giorno centrale del RomagnaCamp.

Gli speech, che come formato preferisco agli ignite (comunque interessanti), erano di alto livello, decisamente utili anche sul piano professionale oltre che sociale.

Io, come tantissimi altri, siamo rimasti incollati alle sedie malgrado il caldo afoso all’intero e alla stupenda giornata assolata in riva al mare all’esterno.

Ci sono state presentazioni che mi hanno affascinato, come quella di Alessandra, molto interessante anche quella di Lorenzo nella mattina. Alcune mi hanno lasciato con un sorriso ma senza grossi “scossoni” come quella di Rudy (no, non cambierò religione e comunque facile diventare ricchi con una margherita e senza pagare i fornitori).

Le più utili sul lavoro sono state certamente quelle di Piero e di Nicola. Quella con cui sono stato più in disaccordo è stata certamente quella di Gino, poi ampiamente chiarita.

@ volentieri, io sono a destra del palco, vicino alla finestra. Ma possiamo fare anche più tardi, prima o durante la cena.
@scardovi
Stefano Scardovi

Fra gli ignite ovviamente la mia preferenza è andata a Gluca.

Non me ne vogliano gli altri, questo è quanto emerso appunto dopo un giorno di decantazione extra-rete.

Spero che tutti abbiate apprezzato la mia compagnia, io certamente ho apprezzato la vostra e mi sono un po’ più lanciato nelle chiacchiere a differenza di altre occasioni.

Insomma, difficile descrivere bene come è stato il RomagnaCamp, diciamo che io ci sono stato veramente molto bene. E questo in fondo è quello che conta.

Grazie ancora a tutti, in particolare ad Alessandra per l’organizzazione e per lo speech ed a Stefigno per la foto.

Olivetti presenta il nuovo Olipad 110 da 10” e il nuovo fermacarte da 7”

Accolti al 7° piano degli uffici Telecom di Piazza Affari, l’evento si presenta subito come un incontro informale di discussione, più che una presentazione al pubblico. L’evento è guidato da Riccardo Jelmini e Monica Gallinardi, sempre molto gentili e disponibili a rispondere alle nostre domande (anche a quelle più cattive).

I bloggers
I Bloggerz mentre non vedono l'ora di mettere le mani su Olipad

Dopo qualche slide che ci spiega le ragioni dello sviluppo di un prodotto di questo genere, entriamo nel vivo dell’evento.

Il tablet

Olipad 110
L'Olipad 110, dual core da 10 pollici

Olivetti, con Olipad 110, mira a porsi in quella fascia di mercato ancora poco esplorata dei tablet da 10’ con prezzo inferiore ai 500 euro. Dotato di WiFi e 3G, è studiato quindi per offrire al mercato consumer (non solo business) una connettività il meno limitata possibile.

Il touchscreen è capacitivo, multitouch (dalla prova non ho capito se è a 2 dita oppure è multitouch vero); lo schermo è molto ben definito e luminoso e ha una risoluzione di 1280×800 pixel. L’angolo di visione massimo dichiarato è 85°, ma in effetti non si riesce a trovare un angolo di visione “cattiva” apprezzabile (interviene prima il riflesso delle luci ambientali). Purtroppo non l’ho provato sotto luce naturale e quindi non posso valutare bene la leggibilità in condizioni di utilizzo reali. Monta Honeycomb 3.1 praticamente liscio, con tutte le applicazioni google (market compreso). I materiali utilizzati sembrano buoni, la plastica del dorso è antiscivolo e offre un discreto senso di solidità. Le fotocamere (frontale e dorsale) sono mediocri e poco performanti in condizioni di luminosità scarsa.

Sotto il cofano ha il solito Tegra Dual Cortex A9 da 1GHz (come il Motorola Xoom e il Samsung Galaxy Tab 10.1, ma anche come l’Olipad 100). 1 GB di RAM, 16 GB di storage espandibili fino a 64. La batteria dura, secondo Olivetti, fra le 10 e le 12 ore, capacità aumentata – come spiega Jacona – su richiesta specifica di un cliente, che aveva bisogno di un’autonomia maggiore. Costa 449 euro, ma sui canali di vendita dirò qualcosa più avanti.

Le applicazioni 3D sono fluide. Provo ad installare Inventor Publisher Viewer, applicazione di Autodesk per la visualizzazione di assiemi tridimensionali e di istruzioni per l’assemblaggio di componenti. Molto fluida la rotazione delle parti (che batte in certi casi il mio portatile), cosa che renderebbe il tablet più che adatto a sostituire la manualistica in un reparto di produzione. Peccato che non disponga di certificazioni IP (penetrazione di polveri e di liquidi), per cui le aziende dovranno chiedere ad Olivetti soluzioni personalizzate (che peraltro dicono di essere disposti ad offrire).

Chiedo se il tablet verrà aggiornato ad Ice Cream Sandwich; mi viene risposto che gli aggiornamenti saranno OTA e che il programma per gli aggiornamenti è dettato da Google (ma non viene mai espressa chiaramente la volontà di aggiornamento). Anche quando chiedo se è previsto un qualche accordo con TIM per offrire un piano dati e tablet, il tono della risposta è simile: è TIM ad occuparsi di questo, e se TIM vorrà farlo lo farà per conto suo.

Durante la prova, come in ogni prova che si rispetti, è emerso un baco: Wolly non riusciva a scrivere su Twitter o su Friendfeed senza far crashare il browser. Qualche leggero imbarazzo, una risata (con Opera funzionava tutto) e la promessa di un controllo.

Il mattone

Olipad 7 pollici
L'Olipad da 7 pollici

Il tablet da 7 pollici è un discreto fermacarte. Monta Android 2.2 e un’interfaccia personalizzata. La lentezza del tablet è esasperante, un task killer installato al volo ha rivelato la bellezza di 40 MB di memoria RAM libera. Tutto va inesorabilmente a scatti, dal browser al market. Un benchmark veloce lo pone circa a metà strada fra l’HTC Magic e il Galaxy S, con un punteggio – mi sembra di ricordare – attorno a 750 (Quadrant). Il peso è notevole, quasi mezzo chilo (l’impressione è proprio quella della mattonella) e il display è carente sotto ogni punto di vista: angolo di visione ridottissimo, risoluzione bassa e colori non soddisfacenti. La batteria, da 3000 mAh, è intercambiabile. Costa (se proprio lo volete) 299 euro.

Le altre cose

Durante la presentazione Olivetti ha annunciato anche l’apertura, per il 12 settembre, di uno store su Facebook. Gli altri canali di vendita, ci spiegano, saranno i negozi e lo store online Olivetti. È stata manifestata inoltre la specifica volontà di non vendere attraverso altri canali o negozi online.

Su domanda relativa all’essere comunque arrivati in ritardo con il lancio sul mercato di un dispositivo Tegra 2, Jelmini risponde che non hanno piani per dispositivi Tegra 3 attualmente, e nemmeno di produrre cellulari (offrirebbero troppo poco margine per un prodotto a basso prezzo con la concorrenza dei produttori white label).

Il mercato consumer potrebbe rispondere bene a questo prodotto; vedremo se il futuro darà ragione ad Olivetti.