La bufala dei siti e-commerce chiusi 12 giorni all’anno.

Gira in questi giorni la notizia che il Senato sta discutendo un disegno di legge già approvato alla Camera che prevede 12 giorni obbligatori di chiusura per le aziende del commercio.

È tutto vero, ma anche no.

Andiamo con ordine, il provvedimento in duscussione è esattamente questo: DDL S. 1629.

Questo disegno di legge ripristinerebbe delle giornate di chiusura obbligatoria modificando direttamente la legge che aveva abolito ogni obbligo di chiusura. I giorni sarebbero esattamente

  1. il 1º gennaio, primo giorno dell’anno;
  2. il 6 gennaio, festa dell’Epifania;
  3. il 25 aprile, anniversario della Liberazione;
  4. la domenica di Pasqua;
  5. il lunedì dopo Pasqua;
  6. il 1º maggio, festa del lavoro;
  7. il 2 giugno, festa della Repubblica;
  8. il 15 agosto, festa dell’Assunzione della beata Vergine Maria;
  9. il 1º novembre, festa di Ognissanti;
  10. l’8 dicembre, festa dell’Immacolata Concezione;
  11. il 25 dicembre, festa di Natale;
  12. il 26 dicembre, festa di santo Stefano.

(nota a margine, in uno stato laico i 2/3 delle “feste comandate” sono cattoliche)

Ogni esercente poi potrebbe dire che chiude solo per la metà di quei 12 giorni con una semplice comunicazione al comune. E questa dunque è la prima storpiatura.

Vediamo però come ci si dovrà comportare negli altri 6 giorni.

La legge che liberalizzava tutte le aperture è il decreto legge 4 luglio 2006, n. 223, la sua conversione in legge e tutte le modifiche successive fino a quella del Governo Monti che ha portato il testo a questa versione vigente (comma 1, lettera D-bis è quella che ci interessa).

Lo stesso articolo fa riferimento esplicito alle “attività commerciali, come individuate dal decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114” (ricordo benissimo che ero su un ETR 500 diretto a Roma quando lessi la prima volta questa norma, ma ora non c’entra).

Ora se andiamo a vedere l’art. 11 di questa norma (l’unico che fa riferimento ad orari di apertura e relativi limiti) è chiaramente indicato che si parla di negozi e non di siti.

Di siti infatti si parla nell’art. 17 (per la prima volta si stabilisce una registrazione anche per le aziende dell’e-commerce, il famoso modello COM6bis che non esisteva ancora quando ho iniziato a vendere in rete) mentre di macchinette automatiche nell’art. 16.

Anche perché se le aziende di vendita fuori dai locali commerciali fossero state soggette ai limiti di orari che la legge prescrive per i negozi avremmo avuto dei siti che chiudevano alle 22 per riaprire l’indomani alle 7. Cosa che non è mai stata.

Il DDL in discussione al Senato coinvolge (e su questo ognuno porterà avanti le proprie idee) solo gli esercizi commerciali brick & mortar e non le altre forme di commercio.

Capisco però che farlo credere sia utile per chi campa di pubblicità e per cui ogni lettore è un guadagno.

Novità.

Gli editori italiani sono indignati per il fatto che Google continui ad arricchirsi con le loro notizie e pretendono fior di quattrini.

Qualcosa del genere è capitato anche in Germania, e Google ha vinto.

Se fossi Google scriverei una bella lettera a tutti gli editori:

Se volete che i vostri contenuti rimangano indicizzati gratuitamente su Google News dovete sottoscrivere un apposito contratto. In assenza di ciò dal 1° dicembre i vostri contenuti non saranno più in alcun modo indicizzati.

Dopo il 1° dicembre le nuove attività editoriali che non saranno mai state indicizzate da Google News potranno fare domanda con le stesse modalità di cui sopra.

I siti che fino al 30 novembre sono stati indicizzati gratuitamente e quelli che in seguito scegliessero di non essere più indicizzati potranno rientrare nell’indice di Google News solo a seguito di sottoscrizione di apposito contratto AdWords in quanto non sarà più consentita l’indicizzazione gratuita.

Distinti Saluti.

Google.

Alla sera del 30 novembre tutti i siti che non abbiano sottoscritto il contratto vengono tagliati fuori. E li sarà pianto e stridore di denti. (cit.)

Secondo me ribaltando il paradigma Google risolverebbe di colpo tutti i problemi, perché facile contestare se non ti costa nulla farlo. C’era un’espressione abbastanza colorita per dirlo.

L’anno che sta arrivando tra un anno passerà
io mi sto preparando è questa la novità. (cit.)

Il cabarettista tecnico.

Alla provocazione del quotidiano leghista il Presidente del Consiglio Mario Monti risponde:

Pur non essendo ovviamente tenuto a fornire informazioni di questa natura – nello spirito di reciproca e crescente fiducia che avverto nei rapporti con i cittadini del Nord – intendo informare gli eventuali lettori de La Padania che una delle affermazioni figuranti nell’articolo («non risulterebbero dichiarazioni di Monti per proprietà in Svizzera») è corretta. Infatti né io, né i miei familiari possediamo proprietà in Svizzera. È vero che da molti anni uso trascorrere le vacanze estive a Silvaplana, solitamente in agosto (ma talvolta negli ultimi giorni di luglio, perché i nipotini – come i nonni – amano gli spettacolari fuochi d’artificio del 1° agosto). Ma l’appartamento è preso in affitto. Sperando di potervi trascorrere anche quest’anno almeno qualche giorno malgrado gli accresciuti impegni, resto a disposizione per ogni altra informazione che venisse ritenuta di primario interesse pubblico.

Secondo me neppure in uno spettacolo comico di Zelig si riuscirebbe a mettere un insieme di battute a raffica del genere:

  1. cara Lega, stai attenta che i tuoi elettori te li stai giocando e li sto guadagnando io;
  2. infatti le persone che si stanno rendendo conto di ciò che dite smettono di leggere il vostro giornale;
  3. se dichiaro che non ho case in Svizzera, come dite anche voi, è vero;
  4. è vero che vado in vacanza in Svizzera, a Silvaplana (e qui la maggior parte della gente userà Google Maps per sapere dove si trova, non è la principale località turistica della confederazione);
  5. infatti qui, dove vado con i miei nipotini la massima attrazione sono i fuochi d’artificio del 1° agosto, non ci sono festini strani;
  6. però quest’anno devo rimettere in sesto un Paese che mi è stato lasciato un po’ trasandato e quindi forse non riesco;
  7. come potete vedere avete creato una tempesta in un bicchiere da grappa, però se avete altre curiosità sapete dove trovarmi.

Una persona come Monti è capace di usare le parole, sarebbe il caso di imparare a farlo anche da parte di chi vuole fargli opposizione se non si vogliono rischiare magre figure.

La sintesi e l’italiano.

Si dice che Gianni Riotta sia un giornalista. Malgrado questo non ha un buon rapporto con l’italiano o perlomeno con la sintesi prevista dall’utilizzo del mezzo.

Nessuno si fa trapanare denti giudizio da citizen dentist e citizen journalist possono essere strumentalizzati con pericoli per informazione
@riotta
gianni riotta

Non mi risulta che alcuno sia obbligato a prendere in mano Twitter per scrivere un pensiero ampio che richiede più di 140 caratteri, semmai poi si farà un richiamo da Twitter al contenitore più capiente.

Non è invece consentito maltrattare così una lingua per esprimere un concetto, non è un telegramma in cui si da rapida conferma di un’informazione già nota e condivisa.

Mi sembra la barzelletta dell’uomo genovese che doveva organizzare il funerale della moglie, ve la racconto nel caso non la sapeste o ricordaste.

Ad un uomo di Genova muore la moglie e si reca dall’impresa funebre per organizzare il funerale.

Alla richiesta dell’addetto si appresta a mettere giù il manifesto funebre. “Oggi è venuta meno Marta, la luce dei miei occhi per per anni mi ha accompagnato…” L’addetto lo ferma facendo notare che il manifesto ha un costo di cinque euro a parola.

La nuova stesura allora fu “Morta Marta.” L’addetto intervenne nuovamente dicendo che le prime cinque parole sono comunque comprese nel costo del manifesto.

Fu così che la stesura finale recitava: “Morta Marta. Vendo Panda rossa.

Ok, non vi sarà piaciuta ma rende comunque l’idea. Non sempre si può contrarre un concetto e non sempre si può fare uno zibaldone come quello di Riotta.

Ed un professional journalist dovrebbe sapere queste cose meglio di noi citizen.

E se proprio dovessi togliermi un dente del giudizio (piuttosto che trapanarlo) è vero che mi rivolgerei ad un dentista professionista, ma magari chiederei informazioni ad un cittadino che quel dentista conosce piuttosto che ad un giornalista molto spesso incompetente quando non deliberatamente trascrittore di comunicati stampa.

(via: Mantellini)

Non si smentiscono mai.

Pare che il Governo si appresti a porre la fiducia sulla norma sulle intercettazioni.

Per quanto io possa essere d’accordo su un uso molto più ottimizzato e soprattutto riservato solo ed esclusivamente ai magistrati senza che queste intercettazioni possano uscire dai palazzi di giustizia c’è il solito passaggio nel testo sull’obbligo di rettifica che va a colpire anche i blog.

L’articolo reciterebbe infatti:

Per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono.

Ora la cosa è alquanto ridicola per la formulazione data e sostanzialmente non porterà nessun vantaggio ai richieditori richiedenti di rettifica professionali.

Leggendo bene il testo possiamo facilmente desumere che:

  1. Rettifica entro 48 ore dalla richiesta, come si fa la richiesta? Deve essere tracciabile? Ritengo di sì, dunque mail PEC (che i privati cittadini non sono obbligati ad avere e che comunque sconsiglio di pubblicare sul blog anche per evitare spam certificato) oppure raccomandata cartacea o telegramma. E finché non firmo per ricevuta non possono pretendere la rettifica. Sarebbe troppo facile altrimenti dire di aver mandato una richiesta di rettifica.
  2. (ancora più interessante di 1.) le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate on le stesse caratteristiche […] dunque nessun obbligo di modificare in alcun modo il post originale ma la completa possibilità di realizzare un nuovo post contenente le ulteriori informazioni e/o smentite con un link al primo (che invece pare non essere obbligato a contenere un link al secondo). In buona sostanza mentre il primo mantiene ed aumenta la sua visibilità grazie al link del secondo e magari essendo stato ottimizzato sul lato SEO il secondo potrebbe essere meno appetibile dai motori di ricerca perché il vincolo è, ovviamente, sul solo sito che deve presentare la smentita grande quanto l’originale.

Io fossi in voi colleghi blogger non mi preoccuperei granché, hanno fatto l’ennesima legge paragonando internet alla TV (dove ovviamente la smentita non può essere la modifica di ciò che è già andato in onda) ed almeno questa volta è una buona notizia.

Voi cosa ne pensate?

Diritto all’astensione.

Siamo fuori campagna elettorale (in particolar modo referendaria) ma mi voglio appuntare questa frase ed il suo contrario apparse nel medesimo giornale.

Stavo infatti cercando informazioni sui referendum sul nucleare del 1987 quando dall’archivio storico di Repubblica è uscita questa affermazione scritta la domenica mattina delle consultazioni (neretto mio):

Dire il sabato sera, di andare tutti a votare, alla vigilia di una competizione elettorale referendaria, in cui l’ astensione ha un ruolo decisivo per la sua riuscita o meno, è una violazione della legge. Milioni di italiani intendono difatti avvalersi oggi e domani del diritto del non-voto ed è semplicemente assurdo che il Fantastico di Celentano in qualche modo glielo contesti o rimproveri.

Spiace che lo stesso giornale abbia completamente cambiato idea quando Corrado Augias arriva a dire (sempre miei i neretti):

Subito è partito il coro delle gerarchie vaticane e dei politici “devoti” per cercare di condizionare la Consulta, con il solito anatema contro la magistratura che vorrebbe invalidare per via giudiziaria il “volere del popolo”. Non contenti di avere a suo tempo fatto fallire i referendum con lo squallido trucco di invitare i propri seguaci all’ astensione, appropriandosi così anche del non voto di quella grande parte di gente che diserta le urne per altri motivi.

Mentre nel 1987 l’astensione nel voto referendario era un diritto, nel 2010 (ma già prima del referendum stesso nel 2005) la stessa azione era diventata uno squallido trucco ad uso esclusivo degli avversari cattivi.

Social astronauta.

Penso che tutti sappiate che l’astronauta italiano Paolo Nespoli è nello spazio.

Quello che forse non tutti sanno è che ha un account Twitter specifico per la missione.

Per il fatto che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi molti mezzi di informazione (in primis l’ANSA) hanno diffuso un account sbagliato.

Qualcuno forse l’aveva sospettato, altri si domandavano magari perché mi importasse tanto di questa vicenda cui, dicevo, ero estraneo. La maggior parte penso se ne infischiasse del tutto.

Ebbene sì, sono stato io a registrare il fake account senza underscore.

L’ho fatto per evitare che lo facesse qualche malintenzionato per spammare le decine di utenti che, anche dopo la pubblicazione delle indicazioni dell’account giusto, continuano a sottoscrivere il “mio” account: 62 nell’istante in cui scrivo questo post.

Quello che vedete nello screenshot qui accanto è questo twit in cui un astronauta, uno che ora è nello spazio a viaggiare a 28mila kilometri orari, ringrazia me, uno sconosciuto sul pianeta azzurro che sta laggiù. D’accordo, l’ha spedito che era ancora a Baikonur ma è stato quello subito prima di chiudere il portatile e metterlo in macchina sul missile spaziale!

Ecco, al prossimo che mi chiede cosa è Twitter gli faccio leggere questo post secondo me più significativo che un deputato che twitta votando la fiducia al governo.

Ecco, sappiate che sono orgoglione di me, del poco che ho fatto. E che ho risposto al grazie di Paolo Nespoli con questo.

Par condicio.

Internet fornisce certamente molte opportunità a tutti.

Ad esempio ora il mio post sul nuovo codice della strada e casco per la bici compare in prima pagina (se non in prima posizione) con molte combinazioni di keyword nonché, come di mostra lo screenshot qui a lato, anche in bella compagnia.

Più che del numero di emittenti televisive nelle mani del Presidente del Consiglio i politi dovrebbero interessarsi al miglioramento dell’accesso alla rete.

Il problema però è che poi loro stessi dovrebbero essere in grado di accedervi per sfruttare al meglio le opportunità che la rete offre.

Postina privata nasconde 14.000 lettere.

Dal TG1 di oggi è evidente che la postina che aveva occultato 14.000 lettere appartiene al servizio privato TNT Post. Anche dalla scatole rinvenute si vede il classico “francobollo” dell’azienda comprensivo di codice a barre.

Le fonti di Google news invece parlano del caso evitando accuratamente di citare l’azienda di spedizioni, magari nella speranza di poter trovare un nuovo partner visto che dalle Poste sono scomparse le tariffe estremamente agevolate per l’editoria.

La cosa che più mi meraviglia però è che TNT Post chiama questo servizio “Formula certa”.

Sul loro sito si può infatti leggere:

Formula Certa®, grazie alla tecnologia satellitare, traccia il percorso di ogni singola busta e permette di rilevare oggettivamente il luogo, la data e l’ora di consegna. In questo modo è possibile assicurare certezza di recapito, certificazione della consegna e il controllo via web di ogni fase del recapito.

Dunque cosa esattamente è andato storto al punto di far scomparire 14.000 (quattordicimila) lettere senza che nessuno se ne accorgesse?

La postina dovrebbe averle scansionate agli indirizzi giusti, altrimenti uno qualunque dei mittenti di quelle corrispondenze andando a verificare luogo e data di consegna si sarebbe immediatamente accorto che qualcosa non andava.

Ripeto, cosa non è andato come doveva?