Google ha lanciato (ma pare che non sia ancora diffuso per tutti) la possibilità di effettuare telefonate in tutto il mondo direttamente dalla casella di GMail.

Infatti nella colonna, nella parte relativa alla Chat di GoogleTalk è comparso la nuova voce “Call phone”.

Mi risulta che non tutti abbiano ancora questa funziona abilitata, escludendo che sia per via dell’interfaccia (io uso quella in italiano) probabilmente stanno progressivamente attivando la funzionalità a tutti gli utenti.

Visto che fino a fine anno è possibile chiamare USA e Canada gratuitamente c’è chi si sta apprestando ad usare la soluzione per un corso full immersion di inglese (malgrado i miei dubbi sulla qualità dell’inglese parlato negli USA), per l’Italia invece le tariffe non sono così sorprendenti.

Una chiamata ad un numero fisso costa 0,02 $ al minuto. Poco meno dei 0,024 che chiede Skype. Un po’ più vantaggiose rispetto a Skype le tariffe verso i cellulari dei maggiori operatori, stranamente più care invece le comunicazioni con gli operatori virtuali (PosteMobile, CoopVoce, FastWeb, Tiscali, ecc.)

Per poter effettuare le chiamate serve l’installazione di un apposito software.

Markingegno si chiede se con questa mossa Google metta paura alle compagnie telefoniche. Io penso proprio di no, per una serie di motivi:

  1. In ogni caso Google non ha una rete e per forza di cose dovrà passare attraverso un operatore per raggiungere tutti i numeri telefonici del pianeta.
  2. Il modello verso cui ci si sta muovendo per la telefonia è flat, un canone che comprende allacciamento alla rete (fissa o mobile), collegamento ad internet, telefonate e messaggi. Quale vantaggio avrei a pagare 2 cent al minuto se già da casa posso fare tutte le telefonate che voglio gratis? Quale vantaggio avrei a pagare 21 cent al minuto se dal cellulare ne ho 200 gratis alla settimana e regolarmente ne rimango più di 190?
  3. Se Skype non ha fatto il danno che alla sua nascita in tanti avevano previsto, le telefonate su rete tradizionale ci sono ancora.
  4. Negli USA e nel Canada le telefonate sono gratis fino a fine anno, non è detto che continuino anche dopo. Anche Teletu (chi sta alla larga sono io) offre 6 mesi di ADSL e telefonate gratis. Questo non fa scappare tutti dagli altri operatori.

Insomma, a parte l’interesse dei primi giorni ritengo che questa nuova funzionalità offerta da Google in contrapposizione anche con Google Voice (e questo è un altro problema di Google, spesso i prodotti nascono in contrapposizioni con altri già presenti) non andrà a rubare chissà quanta utenza agli altri, men che meno agli operatori telefonici tradizionali sulle cui linee voce e dati comunque le telefonate continueranno a passare.

Voi cosa ne pensate?

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Internet fornisce certamente molte opportunità a tutti.

Ad esempio ora il mio post sul nuovo codice della strada e casco per la bici compare in prima pagina (se non in prima posizione) con molte combinazioni di keyword nonché, come di mostra lo screenshot qui a lato, anche in bella compagnia.

Più che del numero di emittenti televisive nelle mani del Presidente del Consiglio i politi dovrebbero interessarsi al miglioramento dell’accesso alla rete.

Il problema però è che poi loro stessi dovrebbero essere in grado di accedervi per sfruttare al meglio le opportunità che la rete offre.

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Vittorio Zambardino paragona internet al caffè con il risultato che viene sù senza crema.

Perché paragonare il nuovo progetto Google-Verizon al Nespresso ed il Nespresso all’Apple che è il marchio idolatrato da tutti coloro che sono contro al progetto Google-Verizion è un po’ un controsenso.

In ogni caso quando c’era il Videotel dove tutta la telematica era moderata ed a pagamento integrativo o quando c’era Compuserve che era integralmente privata e ci saliva solo a condizioni ben determinate, non mi pare che ci fosse nessuno a lamentarsi della neutralità della rete.

La stessa internet non è nata neutrale, a meno che si voglia pensare che un progetto militare della più grande superpotenza possa essere neutrale.

Ebbene ora abbiamo delle aziende (che come fine ultimo hanno il profitto) che vogliono trovare soluzioni più remunerative per il loro lavoro.

La rete non è libera, perché a differenza dell’aria c’è bisogno di qualcuno che alimenti ogni singolo scatolotto che la compone. Visto che non è la collettività a farlo, non sono i governi, c’è bisogno di qualcuno che ogni giorno apra il portafogli e paghi le bollette della luce, l’affitto dei locali (perché non è che essendo la rete intangibile lo siano anche gli apparati che la compongono) e il noleggio dei cavi che qualcuno ha posato.

A questo punto c’è da accordarsi su chi paga il conto. Si può fare alla romana, in cui ognuno paga la sua parte o si può fare che qualcono offre ma si aspetta di averne comunque un vantaggio (un po’ come i tramezzini per i blogger).

Quando è nato Altavista era sostanzialmente l’unico motore di ricerca di un certo peso e tutti usavano quello, poi tanto tempo dopo è arrivato Google, interfaccia pulita, nessuna pubblicità, tutti a correre al suo capezzale. Ma il conto come lo pagava Google.

Lasciando stare l’ipotesi che Google e FaceBook possano essere finanziati dalla CIA, FBI, ecc. come farebbero con un Echelon su base volontaria, rimane l’ipotesi che si tratti di aziende che alla fine dell’anno devono presentare un bilancio, e presentarlo con un utile.

Ebbene Google ha iniziato ad introdurre la pubblicità, testuale, poco invasiva e molto coerente con la pagina per aumentarne la resa. Questo serviva per mantenere in piedi tutta la baracca.

Ora per continuare a non far pagare cash gli utilizzatori del suo sistema (al contrario ad esempio di quanto stanno pensando e facendo i vari media) stanno pensando di preparare un canale preferenziale e protetto per chi vorrà entrarci.

Ci vuoi entrare? Accetti le condizioni. Vuoi continuare ad usare la rete come ora? Non c’è trippa per gatti, o peggiorano le condizioni o aumentano i costi.

Ad ognuno la sua scelta, compresa quella di uscire dalla rete.

E visto che parlo di Google ne approfitto anche per due parole sul discorso privacy sollevato di recente da Repubblica.

Bene, aprite il vostro portafogli, quante tessere ci sono? Bancomat? Carta di credito? Fidelity card del distributore o della GDO? Buoni sconto? Raccolte punti? Tutte queste creano un profilo, ciascuna il suo, ciascuna che aggiunge un tassello a quello che le aziende sanno di noi. E per quasi tutte c’era anche la casellina per cedere le informazioni a partner commerciali, quindi magari buona parte di questi tasselli sono già stati accorpati in un altro grande archivio fuori dal nostro controllo.

Nella home di Google trovo le indicazioni sulla gestione della privacy che accetto nel momento stesso in cui effettuo la prima ricerca, in legalese si chiama comportamento concludente. E Google mi offre anche una dashboard da cui verificare tutte le informazioni sul mio conto in loro possesso.

Su Repubblica al contrario ho cercato dalla mappa del sito come intendono tutelare la mia privacy. Senza riuscirci. Eppure anche loro gestiscono dei log, gestiscono anche sistemi di tracciatura dei rimandi. Ci sono contenuti che possono far capire orientamenti sessuali, politici e religiosi. Nulla, non sono riuscito a trovare l’informativa, quella per il sito del gruppo c’è ma sul singolo sito repubblica.it, se c’è, è ben nascosta.

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Google maps ha da oggi un importante aggiornamento. È infatti possibile seguire in tempo reale la situazione del traffico autostradale.

Non che si tratti di una novità assoluta, già da tempo tramite altri siti si poteva ottenere il medesimo servizio e già Google dava queste informazioni per altri paesi.

Screenshot di www.autostrade.it

Ho fatto dunque due rapidi screenshot in contemporanea, uno dal sito di Autostrade per l’Italia ed il secondo appunto da Google maps.

Screenshot di maps.google.it

A colpo d’occhio e facile notare due grosse differenze.

La prima fra le due immagini, la seconda all’interno di una sola schermata.

Considerando appunto che le immagini sono contemporanee ovvero del primissimo pomeriggio di un mercoledì di metà agosto, per la società che gestisce le autostrade (quelle azzurre sono di altri gestori e non vengono forniti dati di traffico tramite autostrade.it pur avendo reti interconnesse ad esempio per le informazioni relative a telepass e viacard) l’unico problema nella circolazione nazionale è dovuto ad un incidente nell’area di Genova, nessun’altra segnalazione. Secondo Google invece la circolazione sulla nostra rete autostradale (comprese anche le tratte gestite da altre concessionarie) è abbastanza problematica. Lo screenshot infatti è ben ricco di tratte gialle che sono molto prevalenti su quelle verdi.

Quale è il traffico (in tempo) reale? Quello indicato dall’ottimistica Autostrade per l’Italia o quello dato dal gigante pessimista Google? Le autostrade sono mezze piene o mezze vuote?

L’altro elemento che balza all’occhio è la differenza nella cartina Google fra Italia e Francia. Mentre, come dicevamo, nella prima la situazione è brutta nell’esagono il traffico sarebbe quasi ovunque perfettamente scorrevole.

Anche qui sorge il dubbio che sia stato usato lo stesso metro di misura o perlomeno che Google abbia sufficenti dati in ingresso.

Quanti sono gli utenti del sistema di navigazione per cellulari di Google?

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Visto che l’incontro organizzato da RBC sul posizionamento tramite SEO si è tenuto il 7 aprile scorso e che giunto a casa dopo la cena con Sean Carlos e gli altri compari sono caduto in un vortice spaziotemporale che mi ha portato fino ad oggi senza scrivere una riga vi lascio direttamente alle slide dal titolo: La visibilità in Google: perché preoccuparsene (e cosa si dovrebbe fare)?

Finito questo eccovi qualche foto scattata dal sottoscritto in quella occasione:

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Salvo imprevisti (ed in questo periodo sono quasi quotidiani) i prossimi appuntamenti pubblici saranno:

Se ci siete fatevi sentire, se possiamo fare una parte di strada insieme (soprattutto per l’ultimo) fatevi sentire più forte.

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Sono da qualche tempo possessore di un HTC Tattoo, uno smartphone con sistema operativo Android 1.6.

La mia scelta è caduta sul Tattoo principalmente per il prezzo, cercavo un prodotto entry level. L’alternativa al momento dell’acquisto era l’LG LinkMe scartato perché era il primo modello commercializzato da LG con Android e perché aveva la versione 1.5.

L’esterno.

Appena preso in mano da subito l’idea di un prodotto solido, del resto HTC produce smartphone da tanti anni, suo è anche il Qtek 2020 che mi accompagnava prima dell’arrivo del BlackBerry 8100.

Le dimensioni sono veramente minuscole (secondo mia moglie è troppo piccolo per me) e questo ne fa un telefono adatto a qualunque tasca, anche se evito di metterlo in quella dei jeans con le chiavi di casa.

Rimanendo all’aspetto esterno in un primo momento mi aveva allarmato il connettore USB di una strana forma, in realtà può accogliere qualunque cavo USB sia per l’alimentazione che per la sincronizzazione ed accesso alla microSD interna (in dotazione una scheda da 2 GB). L’unico altro connettore presente è il jack da 3,5 mm per le cuffie e l’auricolare (che non ho ancora provato).

Rispetto ad altri apparati del genere il Tattoo è pieno di tasti: 13 in tutto che si occupano delle varie funzioni. Non è comunque ipotizzabile l’uso senza touch visto che non c’è tastiera numerica né tantomeno alfabetica.

L’alimentatore ha l’uscita USB normale e dunque può essere molto versatile anche per altri apparati (a parte il fatto che ormai siamo tutti pieni di prese USB forse più che quelle tradizionali da parete).

L’interno.

A questo punto è giunto il momento di accendere il Tattoo ed iniziare a vedere cosa sa fare.

Lo schermo non è dei più luminosi, questo da qualche problema in pieno sole ma fa dignitosamente il suo dovere in ambienti normali. Il problema principale però è la risoluzione, una quantità enorme di programmi non è taggata per funzionare sugli schermi piccoli e questo limita di molto le possibilità di espansione e personalizzazione.

Il touch screen è un po’ rigido, i comandi bisogna farglieli capire bene. Non per forza è un male, è più difficile dare ordini erronei.

La macchina fotografica integrata è abbastanza inutile mancando di autofocus e di flash. La carenza dell’autofocus poi rende anche difficile la lettura dei QR-Code, cosa non del tutto superflua come vedremo dopo.

La risposta ai comandi non è sempre immediata. Forse io, da smanettone quale sono, ho già abbondato nel carico del processore. Del resto anche il BB Pearl soffriva spesso di questo.

La batteria non è affatto paragonabile a quella del BlackBerry 8100 che mi faceva anche 3 giorni. Certamente quella del Tattoo dura meno, ma forse è anche perché essendo nuovo il Tattoo ci gioco di più. Devo ancora provare con la connessione dati mobile e BT sempre attivi e spento WI-FI e GPS per un raffronto diretto ma dubito di poter superare le 36 ore.

Produttività.

Ho già accennato che a volte, poche ad essere sinceri, il sistema tentenna prima di rispondere. Per il resto fa dignitosamente il suo lavoro.

Il sistema operativo Android 1.6 e le applicazioni in dotazione in questa personalizzazione con HTC Sense sono però molto scoordinate, sintomo di immaturità. Ogni gruppo di sviluppatori ha risolto in maniera differente le singole situazioni che poi non sono state uniformate.

Se prendo le tre applicazioni di base, almeno per il mio utilizzo, che sono: agenda, rubrica e mail ho tre sistemi completamente disguinti nei procedimenti per ottenere lo stesso risultato.

Menu contestuale nelle mail.

Menu della rubrica.

Se vado nelle mail con una pressione lunga su un messaggio mi appare un menu contestuale con le principali funzioni, lo stesso accade in persone (la rubrica), al contrario in agenda non esiste questa possibilità. È necessario aprire l’appuntamento e poi con il tasto menu si può scegliere se modificare o cancellare l’appuntamento.

Se opto per cancellare un appuntamento mi viene richiesta conferma, se cancello una mail nessuna domanda. Se pensi che si possa dare un comando erroneo chiedimi sempre conferma, altrimenti non farlo mai.

Comandi agenda.

Se modifico un contatto e premo il tasto back il contatto viene aggiornato (senza chiedere conferma), se premo il tasto back dopo aver modificato un appuntamento le modifiche vengono cancellate (senza chiedere conferma), devo per forza di cose usare i pulsanti in fondo all’evento e quindi scorrere tutte le impostazioni, anche le meno usate.

Sono tutte situazioni in cui l’utente normale può trovarsi. Ed essendo un dispositivo mobile potrebbe essere necessario dedicare poca attenzione al telefono e molta di più a ciò che ci circonda, dunque richiedere all’utente uno sforzo aggiuntivo per far mente locale sulla procedura da seguire nella singola applicazione è male.

Impostazione data appuntamento.

Nell’agenda poi sarà pure simpatico l’inserimento della data con le rotelline modello sicura della valigia, ma non sempre ci si deve spostare di poco. Metti che ti chiami un tuo contatto che ha chiede di spostare l’appuntamento a martedì prossimo. Per poter correggere la data è necessario sapere in anticipo che numero di giorno sarà martedì prossimo perché nella finestra di inserimento non viene visualizzato. Senza considerare se si passa dalla fine di un mese all’inizio del successivo per cui bisogna riavvolgere tutti i giorni. Chi ha messo a punto questo sistema evidentemente non è abituato a tenere un’agenda elettronica.

Cronometro.

Un altro lampante esempio di immaturità organzizzativa del prodotto viene dall’orologio integrato (penso sia parte dell’interfaccia HTC Sense piuttosto che di Android) con funzionalità di cronometro e conto alla rovescia.

Conto alla rovescia.

Mentre il primo ha il display in stile digitale il secondo, all’interno del medesimo programma, si presenta nuovamente con le rotelline della valigia. Anche in questo caso si sono attuate soluzioni differenti per funzioni analoghe in contrasto l’una con l’altra.

La schermata organizzata per rimanere in contatto.

Altra cosa che mi manca, rispetto ai miei trascorsi con il BlackBerry, è una schermata unica con tutti i messaggi ricevuti insieme. Che siano SMS o mail di diversi account. Ma qui ammetto che forse sono io che non l’ho trovato. L’unica soluzione che sono riuscito ad implementare è l’uso di una delle sette schermate configurabili con tutti gli account affiancati.

Mi viene da dire che è una bella fortuna che non abbiano usato la rotellona dei vecchi telefoni SIP per la composizione del numero al posto della tastiera virtuale.

Gadget.

Ovviamente il Tattoo non fa solo queste cose, altrimenti sarei rimasto al Pearl. Ci sono tanti gadget che lo rendono migliore di quanto io l’abbia descritto fino ad ora.

Ad esempio un elemento estremamente positivo è il navigatore satellitare interno che prende la posizione in pochissimi secondi dopo l’attivazione. Questo perché si integra con la rete dati e con la bussola interna. La posizione si può ovviamente vedere sul Google Maps integrato (consiglio di aggiornarlo all’ultima versione).

L’accelerometro serve per ruotare in automatico lo schermo in base alla posizione, c’è anche il programma per la livella che useremo più per farla vedere agli amici che per appendere un quadro al muro o per mettere in piano un tavolo da biliardo.

Il browser web è dignitoso, ma non strepitoso. Volendo ci sono altri browser da affiancargli.

Il market è comodissimo per installare i programmi e soprattutto per mantenerli aggiornati. Non si può usare il market dignitosamente se non affiancandogli lo scanner di barcode e QR-Code.

Io ho già un’ampia selezione di software installato. Non sto ad elencarlo dettagliatamente qui visto che c’è una pagina costantemente aggiornata per quello.

Conclusioni.

Alla fine di questo lunghissimo (almeno per i miei standard) post non potevo che giungere a delle conclusioni.

Non posso, dopo due anni e mezzo di utilizzo, prescindere da un confronto fratto fra il Tattoo ed il BlackBerry Pearl 8100 che mi ha servito fino a qualche giorno fa con cui mi ero tanto affiatato (ma che ormai dava i primi segni di cedimento e che comunque non avrei potuto usare su rete 3 dove sono migrato ora).

E come già detto il Tattoo non regge il confronto per la maturità del software, non è stata studiata al meglio l’usabilità per un dispositivo mobile da usarsi in mobilità e questo limite si sente tutto. Sarebbe stato un bene, dal mio punto di vista, se Google avesse usato la parolina che tanto ama: Beta.

Dico di non comprarlo? No, non lo dico. È il modello più economico di Android in commercio e dunque parte dei limiti, soprattutto della macchina come schermo e fotocamera, sono ammissibili. L’alternativa per il prezzo è l’LG LinkMe (che non ho provato e dunque non posso raffrontaro anche se spero di poterlo fare a breve) che ha la tastiera estesa ma che ha Android 1.5, dunque ancora più beta del Tattoo.

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Con la bagarre con la Cina, Google può guadagnare consensi in occidente senza perdere nulla (come si evince anche dall’immagine qui a lato) sotto la grande muraglia.

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In questo periodo stanno uscendo i nuovi computer portatili notebook e netbook della Olivetti. Sarei felice di provarli dopo essere stato un early adopter del loro Quaderno ed aver fatto acquistare all’epoca (1992/93) in azienda un altro loro portatile.

Ma la domanda del titolo più che rivolta ai prodotti dell’azienda è rivolta ai suoi rivenditori. Nella cartina sono spostati rispetto al reale di alcune decine di kilometri e soprattutto Lugo è a ovest di Ravenna e non il contrario.

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Se si iniziano a condannare i mezzi e non i responsabili, si arriverà a condannare il macellaio, che uccise il toro, che bevve l’acqua, che spense il fuoco, che bruciò il bastone, che picchiò il cane, che morse il gatto, che si mangiò il topo che al mercato mio padre comprò.

via 30 seconds to Tambu · hate mail.

Direi la miglior analisi sulla sentenza contro i tre manager di Google.

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