Salvate il soldato quorum.

La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi.

Costituzione della Repubblica Italiana, Art. 75 comma C.

In tanti in questo periodo, come già altre volte in passato, vorrebbero abrogare questo comma della nostra Costituzione.

Perché?

Perché ci si è resi conto che coloro che sono contrari al referendum per l’argomento trattato (spesso troppo tecnico per essere dato in pasto ai comuni cittadini) o per come viene trattato (perché spesso non si tratta di deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge quanto di fare macelleria normativa eliminando singole parole sparse lungo la normativa per stravolgerne il significato. Ed anche perché se i promotori del referendum sono avversari politici con la mancanza del quorum viene direttamente a mancare il rimborso elettorale ai promotori stessi indebolendoli così economicamente per le elezioni successive. Infine perché, appoggiandosi sulla massa dei non elettori e sulla comodità di disertare le urne, è più facile ottenere il risultato.

Ma perché i Padri Costituenti misero questo guardiano a tutela del referendum?

Certamente perché volevano evitare che una minoranza organizzata potesse decidere al posto della maggioranza della popolazione anche perché la legge stessa è stata approvata comunque da una maggioranza di rappresentanti e dunque non parrebbe corretto. Alla fine basterebbe non dare troppa visibilità al referendum per mandarlo quasi deserto e pilotare così il risultato. E chi dice che non è possibile tenere nascosto un referendum si decida, perché proprio questa è l’accusa che viene mossa al Governo, alla Rai ed a Mediaset accusati di non parlare abbastanza dei prossimi referendum.

Io sono dell’idea che il referendum sia corretto così, semmai si potrebbe aumentare il numero di firme necessario per promuoverlo (se non altro perché per la Costituente gli elettori erano 28.005.449 mentre per la Camera alle ultime politiche erano 50.066.615 con un aumento complessivo del 79%) in modo poi da non far spendere allo stato fior di quattrini senza risultati.

Per contro invece, senza bisogno di andare a modificare la Costituzione, sarei per correggere il sistema del rimborso elettorale alle forze in campo. Anziché rimborsare solo i promotori sia nel caso vincano i sì, sia nel caso vincano i no purché si raggiunga il quorum la mia idea propone, sempre a quorum raggiunto, la ripartizione del rimborso in modo proporzionale al risultato ottenuto.

A questo punto non si avrebbe più la promozione dell’astensione solo per impedire all’avversario di ottenere il rimborso, entrambi gli schieramenti si troverebbero a promuovere il voto, chi favorevole, chi contrario, in base ad una discussione effettiva argomentando le scelte e non solo per partito preso.

Ma forse essendo in Italia anche in questo caso si tratterebbe di una partita persa con politici più impegnati ad attaccare l’avversario che non a dare ragione del valore propria scelta.

Sarebbe comunque un primo tentativo per ravvivare un po’ uno strumento di democrazia diretta un po’ bistrattato e certamente abusato nella storia repubblicana.

Rinnegare la storia.

LECCE – Nel saggio di fine anno degli alunni dell’istituto di Lecce delle suore Marcelline, dedicato ai 150 anni dell’Unità d’Italia, c’é stato spazio anche per cantare ‘Faccetta nera’.

via ‘Faccetta nera’ a scuola, intonata a Lecce a saggio fine anno – Cronaca – ANSA.it.

La storia d’Italia, quella dei 150 anni festeggiata proprio in questo 2011, è stata composta di tante fasi e non tutte rosa e fiori.

Ci sono stati 20 anni (che su 150 rappresentano oltre il 13%) in cui l’Italia era una brutta dittatura (come se in effetti ce ne fossero delle belle).

Voler festeggiare i 150 anni con una festa che ne ricordi la storia evitando però il brutto e cattivo fascismo è come voler festeggiare la nonnina centenaria tranne però quando è stata quegli anni in orfanotrofio perché è stato poco bello.

Se proprio non vogliamo considerare il fascismo nella storia d’Italia allora togliamole 20 anni e via e magari togliamo anche gli anni con Berlusconi al potere già che ci siamo.

Una limatina qua ed una là e la nostra cara vecchia Italia diverrà una giovanotta.

Oppure ammettiamo che la nostra storia è fatta di cose belle e di cose brutte, e tutte -nostro malgrado- ci appartengono.

Un panino a 1000 euro.

Mc Donald’s ha messo in vendita da oggi (sul sito dicono al contempo dal 27 gennaio e che mancano ancora 26 ore) McItaly che, come dice il nome stesso, è il primo panino completamente Made in Italy della grande catena di fast food.

Poteva forse mancare il nostro eroe della tutela agroalimentare italiana? No! Infatti ieri alla presentazione c’era anche il ministro Zaia.

Leggendo però la notizia Ansa in proposito sorgono molti dubbi matematici.

Queste le dichiarazioni:

  • Zaia: 3,5 miliardi di euro in un mese di controvalore (ammesso e non concesso che possiamo capire cosa si intende per controvalore)
  • Zaia: 1000 tonnellate di prodotti italiani in un mese
  • Masi (A.D. Mc Donald’s Italia): 3,5 milioni di panini in 7 settimane

Il primo calcolo che mi è saltato all’occhio, al di la della differenza dei parametri temporali (secondo me anche Zaia intendeva le 7 settimane quando ha parlato di un mese), è che in ogni panino ci dovrebbero andare dentro 1000 euro di materie prime!

Però forse per Mc Donald’s pagare la Bresaola della Valtellina IGP 3.500 euro al kilo (3,5 miliardi di euro / 1000 tonnellate) è un po’ tanto, figuriamoci il pane o l’insalata.

Nulla da ridire sulle 1000 tonnellate di prodotti per produrre 3,5 milioni di panini, si tratterebbe di circa 285 grammi l’uno. Al contrario se effettivamente le 1000 tonnellate coprissero un mese di produzione contro le 7 settimane di vendita avremmo 465 grammi di materie prime per produrre ogni panino e quindi la parte di scarto sarebbe forse eccessiva.

Quindi escludiamo l’ipotesi che Mc Donald’s paghi 3.500 euro al kilo le materie prime vendendo poi il panino a oltre 1.000 euro per pagare anche le proprie spese ed escludiamo (almeno spero) che il ministero paghi la differenza fra 3.500 ed il prezzo comune di quei prodotti in quelle quantità.

Rimane solo l’ipotesi che la cifra di 3,5 miliardi di euro sia nettamente sbagliata, ma quanto sbagliata?

Se Zaia per controvalore intendeva quanto i produttori percepiscono esattamente da Mc Donald’s direi che l’errore possa essere quantificato in tre zeri.

Se Zaia per controvalore intendeva il fatturato dell’intera filiera come fa erroneamente ad esempio l’alta moda per far crescere i propri numeri (dunque produttori, magazzini, Mc Donald’s) l’errore può attestarsi spannometricamente oltre i due zeri (gli anelli della catena commerciale non sono così tanti in questo caso).

L’ultima ipotesi, comunque sbagliata e più difficile da calcolare, è che il ministro volesse indicare non solo il fatturato complessivo ottenuto dall’operazione ma addirittura a quanto ammontino le vendite indotte dei medesimi prodotti fuori dalla catena di fast food. Dubito sinceramente in un’esplosione della domanda di Bresaola della Valtellina IGP nei prossimi mesi a causa di orde di ragazzini in crisi d’astinenza di McItaly.

Lascia dunque perplesso il fatto che vengano riportati in una notizia simile cifre che da sole potrebbero rappresentare una legge finanziaria senza porsi il minimo dubbio sulla loro correttezza.

Penserete che sono il solo che si fa simili domande ma come sempre dico: se ci sono simili errori nell’informazione nelle notizie che possiamo facilmente verificare che accade con le altre?

Update: grazie a MassiGrassi su FriendFeed scopro che sul sito del ministro Zaia c’è il comunicato stampa con la cifra corretta di 3,5 milioni (e non miliardi) di euro ma soprattutto viene evidenziato che i numeri non sono buttati a caso ma frutto di un completo calcolo che indica quantità e valore di ogni ingrediente.

Devo rendere merito al ministro per la sua correttezza ed un abbondante demerito all’Ansa che sbaglia le cifre di appena tre zeri e che a distanza di oltre 24 ore questo errore sia ancora nell’occhiello della notizia. Chissà se l’estensore della notizia sarebbe contento se a fine mese ricevesse lo 0,1% del suo stipendio.

La storia dell’e.commerce.

Gira da anni in rete una leggenda sulla nascita dell’e.commerce in Italia.

E questo racconto dichiara che la prima vendita su internet nel belpaese risale al 3 giugno 1998 quando IBS, con appena 1/2 ora di vita, ha venduto un romanzo di Camilleri ad un cliente degli Stati Uniti.

Chissà che rapidità i motori di ricerca di allora, indicizzare un sito intero in meno di 30 minuti e renderlo subito disponibile, altrimenti non si capisce come l’americano sia giunto alla pagina giusta, forse magari perché IBS.co.uk già era attivo e funzionante? Forse.

Però io a quella data già vendevo tramite internet, ho ancora la contabile del primo pagamento ricevuto il 22 novembre 1997. 11 anni oggi. 6 mesi abbondanti prima di IBS. E di certo, lo ricordo bene, non sono stato il primo e.commerciante italiano.

Già RicamArte era attivo. Purtroppo web archive non arriva tanto indietro visto che la prima pagina registrata è di Febbraio ’99, come peraltro anche quella di IBS.

Ecco, scusate lo sfogo.

Ricorsi.

C’è un grosso vantaggio ad avere un blog in cui si è scritto di fatti vari di cronaca quotidiana.

Quello di poter sapere quali pericoli ci sono in corso.

Ad esempio in questi giorni c’è una forte promozione del giornale dei carabinieri e continua anche l’iniziativa di pagine.it.

Qualche mesetto fa invece c’è stata un’ondata di Hachette/Disney o dei tedeschi del Registro Italiano Internet.

Così uno ha il tempo di prepararsi con calma ad accogliere le nuove ondate di questi eventi ricorrenti.