S. di vista.

Il blog di Stefano Scardovi & C.

Private Outlet.

Mi piacerebbe mettere insieme qualche commento sul caso Private Outlet dal punto di vista di e.commerciante della prim’ora che fosse una mediazione fra i contrari all’oscuramento del sito e chi ne è tutto sommato favorevole anche perché poi le maglie della censura sono piuttosto lacunose.

Non lo faccio perché mi brucia ancora un caso ancora aperto nei confronti di un altro commerciante online, come alcuni di voi ben sanno, di cui ho parlato anni fa e non vorrei trovarmi, per essermi attenuto pedissequamente ai soli fatti, con una grossa somma da versare.

Dico solo che è giusto tutelare i consumatori impedendo a chi (e qui non mi riferisco al singolo caso Private Outlet da cui non ho mai comprato) non rispetta sostanzialmente le regole (spesso invece si puniscono più le violazioni formali che quelle sostanziali) ma al contempo proteggere anche gli investimenti degli operatori economici che hanno diritto a difendersi presso un tribunale che eventualmente opererà poi la sospensione dell’attività. Qui però sorgerebbe un problema di tempestività, è questo il danno grave, che non esiste nulla di più aleatorio dei tempi della giustizia in Italia.

Nel frattempo serve tutelare chi racconta la propria esperienza, tramite i soli fatti, dando la possibilità a chiunque di farsi un’idea prima di acquistare online. E dare alle aziende la possibilità di replicare tramite i medesimi canali. L’informazione può essere più tempestiva ed efficace di una sentenza del tribunale ed al contempo dare alle aziende la possibilità di correggere il proprio modus operandi in corsa, un po’ come quando scrivevo di consulenza per il commercio elettronico.

Finché le aziende e le autorità non capiranno questo sarà sempre difficile giungere ad un equilibrio e tutti perderanno.

Consulenze commercio elettronico.

Siete da poco partiti con un sito di e-commerce e vi meravigliate perché non decolla?

La spesa di un consulente vi terrorizza perché mangerebbe i pochi margini disponibili? E poi quale consulente?

Allora la risposta è semplice. Mi contattate*, ci accordiamo sul valore della mia attività ed io mi metto ad ordinare sul vostro sito merce per l’importo concordato annotando tutte le mancanze. Nel momento in cui mi arriverà la merce a casa vi manderò il report completo.

Se poi dopo questa prima analisi volete qualcosa di più ampio che non tenga conto solo ed esclusivamente della situazione a partire dal sito ne parliamo ed eventualmente coinvolgiamo anche figure professionali più competenti nei vari ambiti. Perché è sempre meglio in buon investimento che una pessima spesa.

Io nella vita non faccio il consulente e-commerce, faccio e-commerce, da 15 anni. Vendevo, e vendo tutt’ora, su internet da prima di molti colossi attuali.

* se non riuscite in questa pagina a trovare i riferimenti per mandarmi una mail allora forse l’attività on-line non fa al caso vostro.

Domani è un altro anno.

Non ho granché da dire ma non mi andava di sprecare questo titolo (che poi google dice che non è neppure originale).

Questo anno finisce tutto sommato bene. Perché se tu lo passi a scavare un buco di ½ metro mentre tutti attorno lo scavano di 3-5 metri allora alla fine tu sarai sulla vetta di un monte. O almeno potrai crederlo.

Non c’è un fatto eccezionalmente positivo né eccezionalmente negativo che mi farà ricordare questo 2011.

Spero che il 2012 non sia peggiore di questo, ho già preparato alcune novità, altre le sto elaborando. La soglia dei 40 mi sta dando qualche nuovo slancio. Le 11 bocche da sfamare ogni giorno anche :-)

Quindi di cuore buon anno, che sia come voi desiderate ed operate affinché lo diventi. Sapendo che si costruisce di giorno in giorno, non c’è mai un inizio ed una fine, se non un Inizio ormai passato ed una Fine prossima ventura definitiva.

Se le parole volano.

Quando hai una situazione incomprensibile davanti a te scrivi tutto. Le parole scritte hanno il grosso pregio che non mutano in continuazione come i pensieri, che non vagano avanti e indietro come un ipertesto. Sono li, impresse, e tali rimangono.

Il pensiero fugge cercando conferme a sé stesso piuttosto che ai fatti.

E se non mi credi prova ad andare a fare la spesa senza la lista ben scritta.

Buon Natale 2011.

Questo è il momento in cui dovrei darvi i miei auguri di Natale.

Ma io funziono a danni alterni. (vi piace il refuso?)

Quindi nel 2008 ho scritto un bel post (in realtà era pessimo ma c’era una bella foro, molto meglio di quella di quest’anno e quindi la riciclo qui).

Nel 2009 dopo un lungo riassunto dei fatti dell’anno ho rimandato agli auguri del 2008.

Nel 2010 ho scritto un bel post (sempre a mio parere).

Nel 2011, l’ultimo Natale per coloro che credono nella profezia Maya, non ho molto da scrivere ma voglio lasciarvi con i miei più cari auguri che sia un Natale gioioso perché malgrado tutti i fatti che ci hanno accompagnato durante l’anno il Natale è un evento di gioia e di luce.

Vi lascio anche con questa frase, non ne ho capito bene il senso ma mi piace:

L’Eterno si è fatto essenziale affinché la nostra essenza fosse fatta per l’eternità.

Buon Natale.

E’ uguale.

E=mc²

Non c’è bisogno di presentazione per questa formula che però oggi prendo in prestito per un ragionamento completamente diverso, o forse non troppo.

Come mai in Italia, internet sempre dissociato dal mondo reale? Perché, malgrado il tenore dei messaggi online sia molto simile, non è partita una rivoluzione come in molti altri Paesi affacciati al Mediterraneo?

Il problema sta nella formula iniziale: E=mc².

E per motivare questa insolita affermazione prendo spunto da Franco Arminio e da Massimo Mantellini.

Scrive Franco Arminio:

La rete accoglie ogni tipo di discorso, ma il bagliore consentito è sempre quello di un cerino. È proprio un problema di capienza. Le emozioni vere sono troppo pesanti e la rete non le accoglie, accoglie solo il loro simulacro. Siamo esseri zippati, avviliti da una democrazia zippata: vanno in rete le nostre immagini, le nostre parole, il corpo resta a casa.

Il nostro lamento nasce in rete, si diffonde in rete, a volte anche massicciamente ma come dice Mantellini:

Dobbiamo stimolare la responsabilità personale, che in rete può essere efficaciemente rappresentata, oppure inventarci qualcosa di differente ma che ci liberi per quanto possibile dall’attivismo da click.

Questo è il problema fondamentale in Italia. Che siamo pronti tutti a muovere un dito, una volta lo facevamo per cambiare canale, ora lo facciamo per assegnare un like. L’importante è che possiamo indignarci senza dover abbandonare la nostra comoda poltrona e senza dover rendere sostanzialmente conto, in particolar modo alla nostra coscienza, di queste scelte.

Siamo tutti contro la casta, perché non è impegnativo, nessuno mai ti chiederà perché sei contro la casta. Mi viene in mente quel sistema di vendita che esordiva con “Hai qualcosa contro gli ex-tossicodipendenti?” Quasi tutti rispondevano “No.” perché era meno costoso del motivare una scelta ragionata. Poi ti trovavi a comprare una Bic a 5mila lire e magari te ne lamentavi fra te e te salvo poi ricaderci la volta successiva.

Tante volte poi il nostro like va alle lamentele, tantissime va al sarcasmo che sorge dopo l’ennesima figuraccia della casta, dalla moschea di Sucate al tunnel Gelmini senza che da questo ne derivi un’azione ulteriore.

Allora veniamo alla formula iniziale: intendendo per E l’attività online e per m la nostra massa reale, quella fisica fuori dalla rete.

Una m qualunque può generare tanta E. Al contrario come ben sapete serve una quantità enorme di E per generare pochissima m.

E se nel Mediterraneo c’è stato uno stravolgimento politico di molti regimi non è grazie alla rete, che comunque ha contribuito alla cosa, ma un gran movimento di popolo.

Quello che noi abbiamo osservato non è stata la rete che ha smosso le persone ma le persone che hanno smosso la rete. Persone che hanno messo in gioco ben più della loro poltrona sulla qualche si sentivano onnipotenti, si sono giocate (e spesso perdendola) la vita stessa per un bene maggiore per tutti.

Non basta mettere un like o firmare, anche materialmente, una petizione per dire di aver fatto di tutto per cambiare lo status quo (comunque intimamente certi che le cose non cambieranno mai), è necessario mettersi in gioco, uscire dalla rete ed incontrare le persone vere (magari dopo aver organizzato l’evento su Facebook, mica è vietato) e non solo una volta per far vedere che si è in tanti. Al contrario, è indispensabile partire da piccoli gruppi propositivi. E questi piccoli gruppi poi si ritroveranno in gruppi più grandi e sintetizzeranno le molteplici proposte nella migliore raggiungibile. Ed attorno a questa nuova idea partire e continuare. Solo così, con un impegno sostanzioso e sostanziale si potrà raggiungere il risultato. Anche solo perché ci sarà costato lavorare per ottenerlo.

Quello che ci serve è squarciare queste teche in cui ognuno si è sistemato. Ci vuole che torni a circolare un’energia comunitaria, quella che spira in un luogo dove è appena arrivato un terremoto.

O vogliamo continuare ad accontentarci di cambiare canale in TV?

Personalmente il passaparola su Facebook o sul web, al costo di un colpo di mouse una tantum mi ha, come sai e già da qualche tempo, un po’ rotto le palle. Inizio a sospettare che faccia più danni che altro.

Io concordo. E tu?

Numeri da circo e classi pollaio.

Non sto a tornare sui numeri dicendo che sono del 2009 e non aggiornati (sfido chiunque di voi ad avere dati aggiornati da qualunque organismo internazionale su qualunque materia).

La consistenza media delle classi, in ogni caso, lascia il tempo che trova (come diceva appunto anche .mau.), magari una moda è molto più efficace per fare una fotografia della realtà.

Anche il fatto che le classi con oltre 30 alunni rappresentino rappresentassero appena lo 0,6% del totale lascia il tempo che trova. Dove sono ubicate queste 2.108 classi? In aule adeguate? Come sono diffuse? Sono veramente eccezioni o sono ormai prassi per certe scuole o certi luoghi?

Se si vuole analizzare la situazione della scuola i numeri non servono a nulla se non a porre l’attenzione sul dito anziché sulla Luna. La statistica poi…

Ebbene se vogliamo parlare di scuola dobbiamo abbandonare le statistiche nazionali, come pure quelle regionali e forse anche provinciali.

Dobbiamo andare in una scuola, la scuola che ci interessa. A me interessano ad oggi quattro scuole statali sulle cinque che ci sono nel mio comune, in ognuna di esse ho almeno un figlio ed in una in particolare sono presidente del consiglio d’istituto da tanto tempo, da ben prima che la Gelmini diventasse ministro. A dire il vero quando ho iniziato ad occuparmi di scuola il governo era di un altro colore ed ha cambiato più volte in questi anni. Parlo quindi con cognizione di causa.

Ebbene vi assicuro che il problema della scuola non sono le classi numerose. Magari fosse appena quello.

La mia preside ha 2 istituti, 12 plessi, 2700 studenti dai 3 ai 13 anni. Se vuole fare un giro per tutte le strutture sotto il suo controllo diretto fa allegramente 100-120 km.

Pensate ad un insegnate che manda uno studente dal preside, quando mai riuscirà a vederlo? Ma non è un’eccezione. Tutti i dirigenti scolastici del mio comune hanno due scuole (anche se le altre hanno meno sedi distaccate) in provincia di Ravenna ci sono 46 scuole, 20 hanno la reggenza.

Ma il problema non è solo di dirigenti, i bidelli (classe sempre considerata, a torto, di fannulloni) hanno subito un taglio enorme. Ora ci troviamo con bidelli che vagano per il territorio per aprire più scuole, se verranno giornate di nebbia o di gelo ci si troverà alla mattina con scuole ancora chiuse perché non si può aprire troppo presto la prima.

A Faenza una scuola materna è stata costruita su 4 palazzine, una per sezione (edilizia moderna, appariscente ma non funzionale). Ora i bidelli sono stati tagliati, una persona dovrà fare la spola fra due palazzine distinte per tutto l’inverno ogni volta che un bambino avrà bisogno del bagno (perché la maestra mica può abbandonare la classe per accompagnarne uno).

Poi ci sono le assurdità delle graduatorie per cui ci siamo ritrovati alle superiori con un’insegnante di Potenza con 4 ore settimanali di lezione. Non bastano mica 4 ore settimanali per pagarci l’affitto e così faceva la pendolare.

No, non cambia molto se in classe ci sono 28 o 32 studenti, non cambia nella misura in cui ci sono degli insegnanti validi, perché ci sono anche quelli incapaci di insegnare, incapaci di tenere una classe anche poco numerosa.

Il problema della scuola non sono neppure i bilanci tagliati (e sono stati tagliati di tanto) quanto l’incertezza del quanto e quando che impedisce ogni seria pianificazione. Non solo dal punto di vista economico ma anche e soprattutto di risorse umane.

È anche per questo che lavoro per la scuola (ora stiamo organizzando una festa provinciale dopo la positiva esperienza di Faenza l’anno scorso), per far capire alle scuole che non sono sole, che hanno con loro anche molte famiglie che hanno fiducia nella scuola e che chiedono che la scuola torni ad essere risorsa per tutta la società e non un problema di quelli che si ostinano a riprodursi.

Ben vengano allora le classi numerose, purché in strutture a norma, con docenti preparati e motivati, con risorse (scarse per colpa della crisi?) certe e tempestive.

Io spero che la lotta per salvare la scuola sia anche l’inizio della riscoperta del patto educativo.

Spero che segni la rinascita della scoperta del bene comune, la base di una nuova società.

La SPECTRE in Italia.

Questa notte ho sognato un film.

Preambolo: un gruppo di terroristi con fini di estorsione piazzano diverse bombe a Milano per poter ottenere tanti, tanti soldi.

Sigla

Svolgimento: le due ore di film passano con l’inquadratura fissa in tempo reale sul solerte funzionario che cerca di far funzionare il sistema di home banking delle poste. Quando finalmente riesce ad impostare il pagamento l’ultimatum ormai è scaduto, le bombe esplodono e fanno decine di migliaia di morti.

Sigla finale

(forse è per questo che nessun film del genere viene ambientato in Italia, ci mancano i fondamentali)

Lettera aperta ad un operatore telefonico.

Buongiorno,

pur essendo la nostra azienda iscritta al Registro Pubblico delle Opposizioni da alcuni mesi (dunque oltre i 15 giorni minimi previsti) e pur essendo la Vostra azienda aderente al medesimo Registro continuiamo a ricevere chiamate non sollecitate a nome Vostro per la proposta di prodotti e/o servizi.

Vi invitiamo pertanto a provvedere affinché i Vostri operatori ed i Vostri rivenditori rispettino completamente la normativa che avete sottoscritto al fine di tutelare la Vostra onestà e professionalità.

Fra l’altro spesso accade che queste telefonate abbiano una qualità assai scadente dell’audio che per un operatore telefonico è un’ulteriore pessima pubblicità.

Infine, sempre in violazione al Registro delle Opposizioni, il numero chiamante era mascherato (comunque da come il display del telefono ha visualizzato la chiamata appariva originata all’estero).

Ecco, tutto questo per chiedervi di scegliere con più cura i collaboratori e di sottometterli agli stessi vincoli Vostri, per tutelare il Vostro buon nome ed i Vostri clienti, coloro che Vi danno il pane quotidiano.

Vedremo se almeno a questa mail ricevo risposta, perché io sto iniziando a non sopportare più tanta gente che chiama per offrire le più svariate forniture (computer in prova gratuita per 15 giorni o fornitura di caffè poco importa) o per chiedere contributi come l’anno scorso (mai dati) ed il Registro Pubblico delle Opposizioni a questo dovrebbe servire.

Ma se non serve neppure a questo allora tanto valeva non crearlo neppure.

Lettera degli editori per la scuola.

La lettera scritta da alcuni editori a favore della scuola pubblica (con specificazione successiva di statale) parte con le migliori intenzioni racchiuse in una antiquata burocrazia a partire dall’URL (http://www.laterza.it/ns-lettera.asp).

Non ho affatto apprezzato il passaggio in cui viene detto che la scuola non statale è parziale quando poche righe sopra hanno comunque detto che è pubblica nel momento stesso in cui sia paritaria.

C’è però un punto su cui non posso che essere d’accordo battendomi già da tempo nella stessa direzione:

Dobbiamo tutti fare qualcosa per la scuola di tutti. Non dobbiamo lasciarla sola a chiedere attenzione. Se è vero – come sentiamo continuamente ripetere – che nella scuola si costruisce il futuro dei nostri figli e, quindi, del nostro Paese, nessuno può guardare alla questione «dall’esterno». Chi ricopre cariche istituzionali e politiche deve avvertire la forza dell’opinione pubblica. Chi ha più responsabilità e potere nella società, nell’economia e nella cultura deve essere il primo a impegnarsi.

La conclusione è sempre la stessa, finché si andrà alla contrapposizione (scuola pubblica statale vs. scuola pubblica paritaria ad esempio) non si potrà mai fare nulla di utile, è necessario invece collaborare tutti affinché la nave del futuro del nostro Paese possa giungere in porto e l’unica rotta possibile passa da un sistema scolastico di qualità in grado di formare cittadini.

Una parola però voglio rivolgere anche agli editori. Fate libri di qualità, libri veritieri e libri che appassionino. Libri che educhino. Fate libri che possano essere usati a lungo, che possano essere passati fra fratelli o acquistati nei mercatini dell’usato. Fate libri versatili, in formato e-book aperto per tutti i testi scolastici affinché tutti possano usare i vostri libri, perché la scuola è per tutti.

Certo che quello che propongo ha un costo elevato ed un margine di guadagno ridotto. Ma siate anche voi lungimiranti come volete che gli altri siano. Sappiate che uno studente appassionato acquisterà tanti altri vostri libri e smuoverà il volano della cultura che in Italia, culla della cultura, sembra essersi ormai arrestato.

Chiedete biblioteche scolastiche aggiornate? Fatelo! Fate la vostra parte come noi, cittadini nella e per la scuola facciamo.