Misurare fa male.

Non so se sia vero o se si trattasse solo di una leggenda metropolitana. Comunque la storia è che alla Nuovo Pignone (quello che costruisce le pompe di carburante che ci riforniscono abitualmente al distributore) alla fine degli anni ’80 (dell’ultimo secolo dello scorso millennio) avessero un megacomputer per simulare i flussi di carburante dentro al misuratore di carburante stesso. Lo simulavano perché qualunque strumento di misura messo dentro un esemplare reale avrebbe alterato i risultati cercati.

Se un liquido che attraversa una struttura solida viene turbato dalla misurazione figuriamoci quanto più possa accadere alle persone.

Allora veniamo a fatti certi, dei giorni nostri, quelli dell’alba di un millennio poco luminosa.

Partiamo ad esempio dagli invalsi test INVALSI (che gioco di parole!). Il doppiodecimetro del cervello con cui vengono misurati tutti gli studenti italiani e con loro anche gli insegnanti e le scuole. Accade così che oltre ai libri di testo (che soprattutto per la scuola primaria meriterebbero un discorso a parte per la pessima qualità dei contenuti), forniti dal comune o comprati a caro prezzo dalle famiglie, le scuole fanno acquistare extra-quota anche libri in preparazione ai famigerati test nazionali. Quindi a scuola non ci si va per imparare ma per superare i test. La misura ne esce ovviamente falsata. I bambini non hanno imparato per la vita ma per il test. Come se un saltatore si allenasse mesi per fare un’ottima rincorsa e poi una volta sulla pedana non spiccasse il balzo perché l’allenamento riguardava solo la rincorsa. E più i test INVALSI misureranno le scuole (anche in termini economici), più avremo studenti preparatissimi a fare i test INVALSI a scapito dell’apprendimento.

Passano gli anni ma i vizi rimangono, arriviamo ad un neomaggiorenne che inizia ad andare a scuola guida. Segue tutte le lezioni, arriva all’esame di teoria con i 40 quiz sul cervellone elettronico, lo passa ed ottiene il foglio rosa. Inizia così a guidare con un genitore e di volta in volta chiede al genitore cosa dice il codice della strada in base alle varie situazioni. Un breve dialogo porta alla luce l’inghippo: le lezioni di scuola guida servono a superare l’esame, non ad imparare a guidare. Anche in questo caso la misura ha alterato il misurato. Il test non serve più a sapere se uno conosce le regole della strada. È fine a se stesso.

Ovviamente non dico che la patente vada data a tutti (anche se spesso ho il sospetto che accada proprio così), né che non si debba misurare lo stato di avanzamento dello studente per correggere il tiro se il suo apprendimento non è ragionevole. Dico che la misura non deve alterare la misurazione stessa, esattamente come (forse) faceva la Nuova Pignone 30 anni fa.

E soprattutto bisogna capire cosa è importante misurare: poco importa che la piscina dei tuffi sia larga 10 metri o 30, se è profonda 60 centimetri. Altrimenti il rischio del misurare tutto arriva al punto di dire che la Coca-Cola Zero è più salubre dell’olio extravergine di oliva.

Quindi misurate con parsimonia, solo ciò che è strettamente necessario, solo quando è possibile non alterare l’oggetto stesso della misurazione e solo se è utile per migliorare.

Siete d’accordo? Che voto mi date?

Matita rossa.

ignoranzaChi è vecchio quanto me (o grammarnazi come le genti di un certo socialino) si straccerà le vesti di fronte ad un simile errore da matita rossa.

Non si può andare a capo con l’apostrofo!

E se a farlo sono degli insegnanti che con questo manifesto vorrebbero tutelare l’istruzione la cosa diventa ridicola.

Certamente è importante il messaggio, ma in alcune situazioni anche la forma vuole la sua parte.

Il buio in fondo al tunnel | Il Post

Pur con le cautele che il rigore scientifico impone di fronte a scoperte ed esperimenti che hanno bisogno di attente verifiche, il ministero e il governo non possono non constatare che laddove sono stati mantenuti investimenti sufficienti a consentire qualificate ricerche scientifiche, queste ricerche danno dei frutti e approfondiscono la comprensione del mondo e di ciò che è ancora oscuro, rendono lustro al lavoro delle istituzioni scientifiche italiane, e pongono le basi per il rinnovamento della crescita economica e scientifica nazionale.

Il ministero e il governo non possono che esserne fieri e trarne il giusto insegnamento per il futuro e per le valutazioni sugli investimenti necessari al nostro paese, che solo dalla solidità della sua scuola, università e ricerca scientifica potrà trarre i mezzi per tornare a essere competitivo culturalmente, scientificamente ed economicamente con il resto del mondo, come merita.

via Il buio in fondo al tunnel | Il Post.

Se mai un governo facesse un comunicato del genere non sarebbe in Italia.

Numeri da circo e classi pollaio.

Non sto a tornare sui numeri dicendo che sono del 2009 e non aggiornati (sfido chiunque di voi ad avere dati aggiornati da qualunque organismo internazionale su qualunque materia).

La consistenza media delle classi, in ogni caso, lascia il tempo che trova (come diceva appunto anche .mau.), magari una moda è molto più efficace per fare una fotografia della realtà.

Anche il fatto che le classi con oltre 30 alunni rappresentino rappresentassero appena lo 0,6% del totale lascia il tempo che trova. Dove sono ubicate queste 2.108 classi? In aule adeguate? Come sono diffuse? Sono veramente eccezioni o sono ormai prassi per certe scuole o certi luoghi?

Se si vuole analizzare la situazione della scuola i numeri non servono a nulla se non a porre l’attenzione sul dito anziché sulla Luna. La statistica poi…

Ebbene se vogliamo parlare di scuola dobbiamo abbandonare le statistiche nazionali, come pure quelle regionali e forse anche provinciali.

Dobbiamo andare in una scuola, la scuola che ci interessa. A me interessano ad oggi quattro scuole statali sulle cinque che ci sono nel mio comune, in ognuna di esse ho almeno un figlio ed in una in particolare sono presidente del consiglio d’istituto da tanto tempo, da ben prima che la Gelmini diventasse ministro. A dire il vero quando ho iniziato ad occuparmi di scuola il governo era di un altro colore ed ha cambiato più volte in questi anni. Parlo quindi con cognizione di causa.

Ebbene vi assicuro che il problema della scuola non sono le classi numerose. Magari fosse appena quello.

La mia preside ha 2 istituti, 12 plessi, 2700 studenti dai 3 ai 13 anni. Se vuole fare un giro per tutte le strutture sotto il suo controllo diretto fa allegramente 100-120 km.

Pensate ad un insegnate che manda uno studente dal preside, quando mai riuscirà a vederlo? Ma non è un’eccezione. Tutti i dirigenti scolastici del mio comune hanno due scuole (anche se le altre hanno meno sedi distaccate) in provincia di Ravenna ci sono 46 scuole, 20 hanno la reggenza.

Ma il problema non è solo di dirigenti, i bidelli (classe sempre considerata, a torto, di fannulloni) hanno subito un taglio enorme. Ora ci troviamo con bidelli che vagano per il territorio per aprire più scuole, se verranno giornate di nebbia o di gelo ci si troverà alla mattina con scuole ancora chiuse perché non si può aprire troppo presto la prima.

A Faenza una scuola materna è stata costruita su 4 palazzine, una per sezione (edilizia moderna, appariscente ma non funzionale). Ora i bidelli sono stati tagliati, una persona dovrà fare la spola fra due palazzine distinte per tutto l’inverno ogni volta che un bambino avrà bisogno del bagno (perché la maestra mica può abbandonare la classe per accompagnarne uno).

Poi ci sono le assurdità delle graduatorie per cui ci siamo ritrovati alle superiori con un’insegnante di Potenza con 4 ore settimanali di lezione. Non bastano mica 4 ore settimanali per pagarci l’affitto e così faceva la pendolare.

No, non cambia molto se in classe ci sono 28 o 32 studenti, non cambia nella misura in cui ci sono degli insegnanti validi, perché ci sono anche quelli incapaci di insegnare, incapaci di tenere una classe anche poco numerosa.

Il problema della scuola non sono neppure i bilanci tagliati (e sono stati tagliati di tanto) quanto l’incertezza del quanto e quando che impedisce ogni seria pianificazione. Non solo dal punto di vista economico ma anche e soprattutto di risorse umane.

È anche per questo che lavoro per la scuola (ora stiamo organizzando una festa provinciale dopo la positiva esperienza di Faenza l’anno scorso), per far capire alle scuole che non sono sole, che hanno con loro anche molte famiglie che hanno fiducia nella scuola e che chiedono che la scuola torni ad essere risorsa per tutta la società e non un problema di quelli che si ostinano a riprodursi.

Ben vengano allora le classi numerose, purché in strutture a norma, con docenti preparati e motivati, con risorse (scarse per colpa della crisi?) certe e tempestive.

Io spero che la lotta per salvare la scuola sia anche l’inizio della riscoperta del patto educativo.

Spero che segni la rinascita della scoperta del bene comune, la base di una nuova società.

Sempre un po’ a disagio: la schizofrenia della gelmini e i voti in pagella

È grave? Sì, secondo me è un po’ grave. Perché i due provvedimenti del ministro a proposito di voti, incrociandosi, hanno determinato questa situazione: che si alza il voto di quelli che raggiungono il 6 con fatica e calci nel sedere (grazie al voto di condotta), mentre si impedisce fin dalla terza a ragazzi bravi e studiosi di poter uscire con il massimo dei voti alla maturità.

via Sempre un po’ a disagio: la schizofrenia della gelmini e i voti in pagella.

Già il Governo Prodi a suo tempo cercò di far promuovere anche i somari con una sorta di condono. Ma in questo caso tutta l’operazione è stata decisamente più semplice (e di questo va dato atto al burocrate che l’ha ideata), più trasparente (nel senso di difficilmente visibile) e porta ad un doppio risparmio: sia dal basso (con le promozioni più facili) sia dall’alto (con risparmio sulle borse di studio).

Chissà che studi avrà fatto il solerte burocrate per aver ideato un sistema così efficace e semplice, chissà se i prossimi diplomati potranno avere la stessa flessibilità mentale che è stata data alle generazioni precedenti di studenti.