Social (friend’s birthday) commerce.

Lo scrivo qui solo per poter dire un giorno “ve l’avevo detto” quindi potete ignorare questo post a meno che non ve l’abbia segnalato appositamente.

Facebook sta iniziando a consentire alle aziende di avere una vetrina di e-commerce all’interno delle pagine (ad esempio potete trovare qui quella della mia azienda.

Mentre scrivo i comuni utenti possono solo condividere o annotare per se stessi gli articoli interessanti (oltre ovviamente a raggiungere il sito che vende).

Facebook consente di fare pubblicità altamente mirata sugli utenti in base alle passioni e finanche alla prossimità del compleanno.

2 + 2 = 5 (ovvero il tutto è maggiore delle parti)

Quanto tempo mancherà prima che Facebook aggiunga la funzione wishlist dal catalogo della pagina? Quanto tempo mancherà prima che Facebook consenta ai gestori della pagina di fare pubblicità nei confronti degli amici di chi compie gli anni?

Un bel giorno succederà che ci troveremo uno spot che reciterà più o meno:

Fra 15 giorni il tuo amico Stefano compie gli anni, se vuoi fargli un regalo e non hai idea di cosa scegliere guarda un po’ fra questi prodotti che desidera.

Con sotto la lista dei prodotti in wishlist ordinati in base a quanto il gestore della pagina era disposto a pagare.

Io penso che tutto questo avverrà entro la fine del 2017. Ci ho preso?

Earned media.

Era circa 10-12 anni fa che ipotizzavo di avere, accanto allo store, un wiki. Ogni prodotto nello store avrebbe dovuto avere la sua corrispondente pagina wiki in cui gli acquirenti avrebbero potuto pubblicare testi, immagini, istruzioni ed hack riguardanti il prodotto stesso. Non sono mai riuscito ad implementarlo per vari motivi.

Era il 30 agosto 2011 (qui in forma espansa) quando per un contest al RomagnaCamp suggerii di far fare pubblicità ai viaggi direttamente ai turisti.

Che l’earned media venga scoperto/valorizzato solo oggi mi fa pensare di essere sempre troppo in anticipo sui tempi.

E così il viaggio non lo vinsi io.

Salviamo gli animali, sfruttiamo le donne.

enpaGirando per la strada ho visto questo manifesto contro l’abbandono degli animali. Io però lo trovo piuttosto vergognoso per molteplici motivi.

1. sessismo

Lo so che è una parola che va di moda, ma perché tutta la serie dei manifesti sfrutta avvenenti esemplari femminili? Forse che l’abbandono degli animali domestici sia solo questione di uomini senza cuore?

2. estetismo

Lasceresti una così?

Certo che no.

E su che cosa dovrei farmi la mia opinione? Solo sull’aspetto fisico?

E se la signorina (mi scusi la signorina ritratta, il commento non è ovviamente rivolto specificamente a lei che non conosco) puzzasse come un tauntaun*? Voi vorreste vivere costantemente con la puzza di un tauntaun accanto?

E se invece fosse un problema di incompatibilità di carattere?

Dalla foto però si evince che siccome la ragazza è avvenente non la si lascerebbe mai!

3. stalking

E se la signorina volesse lasciare il lui che legge il manifesto? Sarebbe libera di allontanarsi o verrebbe trattenuta con la forza? Fino a che punto?

NON si abbandonano gli animali

Sia chiaro che non sto in alcun modo dicendo che abbandonare gli animali sia giusto. È assolutamente sbagliato (oltre che un reato) e quando ci allontaniamo da casa per qualche giorno ci assicuriamo che il nostro cane (preso dal canile) sia regolarmente accudito. Quello che intendo dire è che per come è strutturata la pubblicità con il giusto fine di aiutare gli animali si trasforma la donna in un oggetto. Non mi piace.

 

* un tauntaun è l’animale di cui Ian Solo dice “Oh… oh… puzzava già fuori questo… dentro poi è una fogna!”

L’astensione è un voto netto.

C’è effettivamente in Italia uno zoccolo duro di non votanti. E sono effettivamente tanti rispetto alla nostra storia repubblicana, un’inezia rispetto all’astensione tipica degli altri Paesi con cui siamo soliti confrontarci.

Poi c’è un’astensione volontaria, definita.

Nel 2013 siamo stati chiamati a rinnovare il Parlamento. Al referendum partecipa lo stesso gruppo di elettori (tolti i morti, aggiunti coloro che sono diventati maggiorenni nel frattempo).

Allora facciamo un conto, senza valore reale ma solo statistico.

In Italia (ho lasciato fuori la circoscrizione estero perché capisco che fosse meno interessata all’oggetto del contendere) le persone che hanno votato alle ultime elezione della Camera sono state 35.248.095 (e mai capirò perché la Valle d’Aosta non è in Italia ma neppure all’estero). Le persone che hanno votato SI al referendum sono state 13.334.764.

Solo il 37,8% degli elettori (che quindi sono un sottoinsieme degli italiani) voleva abrogare la legge.

La bufala dei siti e-commerce chiusi 12 giorni all’anno.

Gira in questi giorni la notizia che il Senato sta discutendo un disegno di legge già approvato alla Camera che prevede 12 giorni obbligatori di chiusura per le aziende del commercio.

È tutto vero, ma anche no.

Andiamo con ordine, il provvedimento in duscussione è esattamente questo: DDL S. 1629.

Questo disegno di legge ripristinerebbe delle giornate di chiusura obbligatoria modificando direttamente la legge che aveva abolito ogni obbligo di chiusura. I giorni sarebbero esattamente

  1. il 1º gennaio, primo giorno dell’anno;
  2. il 6 gennaio, festa dell’Epifania;
  3. il 25 aprile, anniversario della Liberazione;
  4. la domenica di Pasqua;
  5. il lunedì dopo Pasqua;
  6. il 1º maggio, festa del lavoro;
  7. il 2 giugno, festa della Repubblica;
  8. il 15 agosto, festa dell’Assunzione della beata Vergine Maria;
  9. il 1º novembre, festa di Ognissanti;
  10. l’8 dicembre, festa dell’Immacolata Concezione;
  11. il 25 dicembre, festa di Natale;
  12. il 26 dicembre, festa di santo Stefano.

(nota a margine, in uno stato laico i 2/3 delle “feste comandate” sono cattoliche)

Ogni esercente poi potrebbe dire che chiude solo per la metà di quei 12 giorni con una semplice comunicazione al comune. E questa dunque è la prima storpiatura.

Vediamo però come ci si dovrà comportare negli altri 6 giorni.

La legge che liberalizzava tutte le aperture è il decreto legge 4 luglio 2006, n. 223, la sua conversione in legge e tutte le modifiche successive fino a quella del Governo Monti che ha portato il testo a questa versione vigente (comma 1, lettera D-bis è quella che ci interessa).

Lo stesso articolo fa riferimento esplicito alle “attività commerciali, come individuate dal decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114” (ricordo benissimo che ero su un ETR 500 diretto a Roma quando lessi la prima volta questa norma, ma ora non c’entra).

Ora se andiamo a vedere l’art. 11 di questa norma (l’unico che fa riferimento ad orari di apertura e relativi limiti) è chiaramente indicato che si parla di negozi e non di siti.

Di siti infatti si parla nell’art. 17 (per la prima volta si stabilisce una registrazione anche per le aziende dell’e-commerce, il famoso modello COM6bis che non esisteva ancora quando ho iniziato a vendere in rete) mentre di macchinette automatiche nell’art. 16.

Anche perché se le aziende di vendita fuori dai locali commerciali fossero state soggette ai limiti di orari che la legge prescrive per i negozi avremmo avuto dei siti che chiudevano alle 22 per riaprire l’indomani alle 7. Cosa che non è mai stata.

Il DDL in discussione al Senato coinvolge (e su questo ognuno porterà avanti le proprie idee) solo gli esercizi commerciali brick & mortar e non le altre forme di commercio.

Capisco però che farlo credere sia utile per chi campa di pubblicità e per cui ogni lettore è un guadagno.