Referendum costituzionale: SI’.

Prendo in prestito un editoriale di Avvenire che esprime in modo molto piu’ chiaro quanto gia’ affermavo alcuni giorni fa.

Al referendum voterò «sì»
L’unico modo per cambiare
Il giorno dopo e tutti insieme

Giancarlo Galli

Certo, nessuno pretende che la riforma costituzionale che siamo chiamati ad approvare o respingere sia già perfetta. Ma per quale ragione dover ripartire da zero, dopo oltre tre decenni di buoni (sebbene spesso ipocriti) propositi finiti in fumo? Della questione si cominciò a parlare nel 1970 all’epoca della creazione delle Regioni a statuto ordinario, avvenuta con grave ritardo rispetto ai dettami costituzionali. E si rammenti il motivo: gli anti-regionalisti, denunciavano il pericolo di una rottura dell’unità nazionale. Per arrivare fino al clamoroso fallimento della Commissione Bicamerale pilotata da Massimo D’Alema. Riformare la Costituzione non è insomma un atto di lesa maestà alla patria. E questo dovremmo tutti averlo ben presente. Semmai, è un guardare avanti, alla realtà, che non è immutabile. Inoltre, dovremmo prendere atto dell’esistenza di una diffusa spinta al federalismo. Dalla Gran Bretagna alla Spagna. I catalani e i baschi invocano – esagerando – addirittura la dignità di «nazione»; grande autonomia per scozzesi e gallesi; e su questa stessa linea ci si muove in Belgio, tra Vallonia e Fiandre. Ovviamente, si può obiettare che la riforma varata dal centro destra è lacunosa, incompleta, non ben equilibrata. Risposta: è il risultato di un lustro di discussioni ed esasperate mediazioni. Tant’è che nemmeno affronta il nodo cruciale del federalismo fiscale. Tuttavia, chiudere gli occhi rispetto ai vantaggi per le Istituzioni di una riduzione del numero dei parlamentari (nostro negativo record mondiale, costi inclusi), e per la fine del «doppione» Camera-Senato, sarebbe sciocco. E non sarà meglio per il cittadino delle varie regioni avere sanità, istruzione, vigilanza, a misura della sua cultura e tradizioni civiche e dei suoi problemi? Ho la sconfortante sensazione che molti fra i sostenitori del no siano animati da una principale preoccupazione, oltre a demolire una scelta fortemente voluta dalla precedente maggioranza: non cambiare alcunché. Poco credibili appaiono infatti le premesse di dare vita, subito dopo la vittoria del no, a un tavolo per giungere a riforme condivise. Semmai sarebbe vero il contrario: solo una vittoria del sì, stimolerà la modifica. E in tempi rapidissimi. Vi è un’altra questione: la Riforma è stata particolarmente voluta dalle Regioni del Nord, ben oltre l’influenza della Lega. Ed è sentita da larghi settori dell’opinione pubblica, e dal microcosmo imprenditoriale. Bocciatura e immobilismo successivo, potrebbero quindi alimentare un pericoloso senso di frustrazione in un Nord che si sente poco rappresentato dall’attuale centralismo romano. Non a caso, riemergono nei dibattiti temi quali: «Vento del Nord» (per cambiare); «Questione Settentrionale» (a denunciare l’incomprensione). Per cominciare invece a cambiare qualcosa, ancorché pochissimo, in questo nostro benedetto Paese, voterò pertanto sì. Con la segreta ma non assurda speranza che un segno di sostegno ci giunga da quelle Regioni (Sicilia e Sardegna) all’avanguardia sin dal Dopoguerra nella battaglia per un regionalismo forte. Per tutto questo voto «sì».

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