La consulta di bioetica e’ giunta alla conclusione che nel caso di Welby si sta praticando accanimento terapeutico.
L’Evangelium Vitae pero’ scrive:
Da essa (eutanasia, n.d.F.9) va distinta la decisione di rinunciare al cosiddetto «accanimento terapeutico», ossia a certi interventi medici non più adeguati alla reale situazione del malato, perché ormai sproporzionati ai risultati che si potrebbero sperare o anche perché troppo gravosi per lui e per la sua famiglia. In queste situazioni, quando la morte si preannuncia imminente e inevitabile, si può in coscienza «rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all’ammalato in simili casi». Si dà certamente l’obbligo morale di curarsi e di farsi curare, ma tale obbligo deve misurarsi con le situazioni concrete; occorre cioè valutare se i mezzi terapeutici a disposizione siano oggettivamente proporzionati rispetto alle prospettive di miglioramento. La rinuncia a mezzi straordinari o sproporzionati non equivale al suicidio o all’eutanasia; esprime piuttosto l’accettazione della condizione umana di fronte alla morte.
Personalmente ritengo che l’accanimento terapeutico sia altro rispetto alle cure a cui puo’ essere sottoposta una persona legata dentro un corpo immobile e che finche’ questa e’ in grado di intendere e di volere non si possa comunque parlare di accanimento.
Comunque non condivido affatto che la morte serena possa derivare solo dalla sedazione del malato.