Scusate la volgarità, ma non ho idea di come si dica la stessa parola in pakistano.
Il ministro Amato ci informa che picchiare le donne in Sicilia ed in Pakistan è tollerabile, dipende da un fatto culturale. Non è violenza.
Poi sempre il buon Giuliano dice ai parroci che se smettessero di tutelare gli embrioni (che non hanno diritto di voto) e iniziassero a prendersi cura degli immigrati (per i quali si pensa di ampliare i diritti civili) l’Italia funzionerebbe meglio. Chissà se qualcuno gli ha detto che la Chiesa è sempre stata in prima linea per l’accoglienza.
Non contento, il nostro ministro dell’interno è divenuto pure teologo affermando “il Dio dei cristiani e dei musulmani, che in realtà è lo stesso“. Provate a chiedere ad un musulmano cosa ne pensa di un unico Dio in tre persone. L’unico Signore indicato anche dal Papa non è “lo stesso” bensì, come dice la parola, “l’unico” ovvero proprio di una religione monoteistica.
I cristiani sono infedeli per l’islam come pure i musulmani infedeli per la Chiesa come anche San Francesco rimarcò (vedi articolo di Marco Meschini su il Timone marzo 2007). Ed un musulmano convertito al cattolicesimo è passibile di morte.
Ma ovvio, è la Chiesa la cattiva ed oscurantista che rifiuta l’accoglienza di chi ha una visione diversa dalla nostra. È la Chiesa che prende i poveri islamici che giungono in Italia e li massacra, che distrugge le moschee. È la Chiesa, armata di lupara, che in Sicilia impone all’uomo di picchiare le donne.
E via di luoghi comuni, strano che Amato non abbia citato il vecchio proverbio cinese: “Quando torni a casa la sera picchia tua moglie, tu non sai perché ma lei sì” per fare il terzetto con siculi e pakistani.
Su questi temi consiglio a tutti la lettura di “Infedele”, di Ayaan Hirsi Ali. Si capirà che quella “cultura” è in realtà barbarie, oppressione e violenza. A meno che non si possa definire cultura lo stupro, la tratta delle schiave, la violenza (anche sessuale) sui minori.
La frase di Amato è due volte offensiva, per i siciliani perché vengono abbassati al livello della “cultura” della violenza, e, in secondo luogo, per la cultura stessa.
Gionata Pacor