Che molti editori ormai stampassero in Cina è risaputo, tutto ciò che viene dalla Cina costa enormemente meno che in Italia o nel resto del mondo.
Ora però è venuto alla luce, grazie alla denuncia di un editore australiano che non si è assoggettato alla legge del risparmio, che la Cina prima di consentire alle sue tipografie di stampare libri (anche in lingua diversa dal cinese e destinati a mercati fuori dalla Cina) gli fa passare il vaglio della censura.
Così un libro che metta in cattiva luce il regime o che appoggi anche indirettamente le proteste del Tibet non può essere stampato se l’editore non emenda preventivamente i testi o le immagini considerate illegittime.
A questo punto l’editore può optare per mantenere il risparmio a danno della verità o mantenere l’integrità del testo a danno del bilancio economico.
Il rischio a questo punto è quello di mettere in mano alla Cina, dopo lo strapotere economico, anche l’egemonia culturale.
Siamo ancora disposti a sottostare a tutto questo?
Un breve testo in italiano lo si può trovare qui, uno più completo in inglese qui o qui.
L’editore australiano che ha denunciato tutta la vicenda è Hardie Grant.
Beh, anche lo stato pontificio censurava un tot di libri…