Vittorio Zambardino paragona internet al caffè con il risultato che viene sù senza crema.
Perché paragonare il nuovo progetto Google-Verizon al Nespresso ed il Nespresso all’Apple che è il marchio idolatrato da tutti coloro che sono contro al progetto Google-Verizion è un po’ un controsenso.
In ogni caso quando c’era il Videotel dove tutta la telematica era moderata ed a pagamento integrativo o quando c’era Compuserve che era integralmente privata e ci saliva solo a condizioni ben determinate, non mi pare che ci fosse nessuno a lamentarsi della neutralità della rete.
La stessa internet non è nata neutrale, a meno che si voglia pensare che un progetto militare della più grande superpotenza possa essere neutrale.
Ebbene ora abbiamo delle aziende (che come fine ultimo hanno il profitto) che vogliono trovare soluzioni più remunerative per il loro lavoro.
La rete non è libera, perché a differenza dell’aria c’è bisogno di qualcuno che alimenti ogni singolo scatolotto che la compone. Visto che non è la collettività a farlo, non sono i governi, c’è bisogno di qualcuno che ogni giorno apra il portafogli e paghi le bollette della luce, l’affitto dei locali (perché non è che essendo la rete intangibile lo siano anche gli apparati che la compongono) e il noleggio dei cavi che qualcuno ha posato.
A questo punto c’è da accordarsi su chi paga il conto. Si può fare alla romana, in cui ognuno paga la sua parte o si può fare che qualcono offre ma si aspetta di averne comunque un vantaggio (un po’ come i tramezzini per i blogger).
Quando è nato Altavista era sostanzialmente l’unico motore di ricerca di un certo peso e tutti usavano quello, poi tanto tempo dopo è arrivato Google, interfaccia pulita, nessuna pubblicità, tutti a correre al suo capezzale. Ma il conto come lo pagava Google.
Lasciando stare l’ipotesi che Google e FaceBook possano essere finanziati dalla CIA, FBI, ecc. come farebbero con un Echelon su base volontaria, rimane l’ipotesi che si tratti di aziende che alla fine dell’anno devono presentare un bilancio, e presentarlo con un utile.
Ebbene Google ha iniziato ad introdurre la pubblicità, testuale, poco invasiva e molto coerente con la pagina per aumentarne la resa. Questo serviva per mantenere in piedi tutta la baracca.
Ora per continuare a non far pagare cash gli utilizzatori del suo sistema (al contrario ad esempio di quanto stanno pensando e facendo i vari media) stanno pensando di preparare un canale preferenziale e protetto per chi vorrà entrarci.
Ci vuoi entrare? Accetti le condizioni. Vuoi continuare ad usare la rete come ora? Non c’è trippa per gatti, o peggiorano le condizioni o aumentano i costi.
Ad ognuno la sua scelta, compresa quella di uscire dalla rete.
E visto che parlo di Google ne approfitto anche per due parole sul discorso privacy sollevato di recente da Repubblica.
Bene, aprite il vostro portafogli, quante tessere ci sono? Bancomat? Carta di credito? Fidelity card del distributore o della GDO? Buoni sconto? Raccolte punti? Tutte queste creano un profilo, ciascuna il suo, ciascuna che aggiunge un tassello a quello che le aziende sanno di noi. E per quasi tutte c’era anche la casellina per cedere le informazioni a partner commerciali, quindi magari buona parte di questi tasselli sono già stati accorpati in un altro grande archivio fuori dal nostro controllo.
Nella home di Google trovo le indicazioni sulla gestione della privacy che accetto nel momento stesso in cui effettuo la prima ricerca, in legalese si chiama comportamento concludente. E Google mi offre anche una dashboard da cui verificare tutte le informazioni sul mio conto in loro possesso.
Su Repubblica al contrario ho cercato dalla mappa del sito come intendono tutelare la mia privacy. Senza riuscirci. Eppure anche loro gestiscono dei log, gestiscono anche sistemi di tracciatura dei rimandi. Ci sono contenuti che possono far capire orientamenti sessuali, politici e religiosi. Nulla, non sono riuscito a trovare l’informativa, quella per il sito del gruppo c’è ma sul singolo sito repubblica.it, se c’è, è ben nascosta.