S. di vista.

Il blog di Stefano Scardovi & C.

E-evasione legalizzata.

Vengo a scoprire che c’è una proposta di legge che mira a ridurre l’aliquota IVA sul commercio elettronico (ad eccezione dei vizi) portandola ad un 10% fisso per tutti.

Sappiate che pur essendo un e.commerciante della prima ora e pur essendo socio AICEL sono fermamente contrario a quel disegno di legge.

Una simile normativa porterebbe innanzitutto ad una fortissima discriminazione nei canali di vendita avendo lo stesso prodotto non più conveniente per motivi commerciali ma banalmente per soli motivi fiscali. In buona sostanza la stessa accusa rivolta ora alle strutture di accoglienza ecclesiastiche che non pagando l’ICI avrebbero vantaggi economici.

Fra l’altro la possibilità di applicare l’aliquota ridotta alle transazioni online non è contemplata fra quelle di cui all’allegato III della direttiva 2006/112/CE.

Veniamo ora alla voce e-evasione, cosa si intende per commercio elettronico? Quante e quali fasi devono essere concluse con l’intermediazione della rete internet? Perché escludere le vendite tramite catalogo e quelle telefoniche, quali sono gli elementi di differenziazione essenziali?

Il testo del disegno di legge recita:

Alle transazioni commerciali effettuate attraverso la rete internet, con esclusione delle transazioni che concernono prodotti pornografici, ovvero prodotti il cui uso è comunque vietato ai minori di anni 18, ovvero bevande contenenti alcol, si applica una aliquota unica del 10%.

Quale è il significato preciso di “effettuate”? Intendono che tutte le fasi debbano svolgersi online ovvero solo il commercio elettronico diretto? Intendono anche il commercio elettronico indiretto per cui una fase è su internet ed un’altra fuori? Ho comprato un’auto per mia moglie, il primo contatto è avvenuto con il venditore mio amico su FB, poi ho guardato i dettagli dell’auto sul sito della concessionaria ed ormai convinto ci siamo incontrati per firmare i contratti. Sarebbe stato e-commerce questo? Perché il mercato delle auto sarebbe il primo a diventare tutto digitale. Ogni concessionaria avrebbe i moduli solo sul sito e la conclusione del contratto in concessionaria si effettuerebbe attraverso la rete internet anche se cliente e venditore si trovano uno di fronte all’altro, perché su un’auto da 20mila euro il risparmio sarebbe di 1.818,18 euro quasi un 10%. Non male considerando che a rimetterci sarebbe lo stato ed a guadagnarci non sarebbe l’e.commerce.

Sarebbe il caso, per smuovere il commercio elettronico in Italia, piuttosto lavorare sulla logistica. Perché abbiamo corriere con tariffe, soprattutto in campo internazionale, fra le più alte ed i servizi peggiori? Perché non imporre su questo un allineamento alle best practice europee?

Un pacco dalla Germania all’Italia costa 7 euro, lo stesso pacco rimandato in Germania ne costa 40 e spesso costa comunque di più un pacco Italia-Italia che non Germania-Italia. Come può un’azienda italiana competere sul mercato internazionale se i suoi prodotti sono più cari non solo per un’aliquota IVA penalizzante ma anche per l’incidenza del trasporto? Come può un’azienda italiana essere competitiva sul mercato interno se i suoi prodotti sono sottoposti a balzelli medievali come quelli della SIAE mentre se il cliente compra all’estero questo balzello non è da pagare?

Non è sconvolgendo il mercato interno, mettendo il commercio su strada contro l’e.commerce, che si fa crescere quest’ultimo ma solo migliorando le condizioni generali di lavoro di tutti gli operatori economici.

Voi cosa ne pensate? Siete pronti a comprare i mobili Ikea tramite internet stando dentro al negozio Ikea? Avrete uno sconto del 10%, fatto direttamente dallo stato.

Sbagliare tempo (IVA compresa).

Avete presente quando un comico sbaglia tempo? Anche la miglior battuta ne risulta inesorabilmente rovinata.

Ora, neppure il peggior comico della storia dell’umanità che diventasse malauguratamente primo ministro di una nazione gloriosa (malgrado l’opinione dei suoi cittadini) potrebbe sbagliare i tempi a questo modo.

Da oggi, sabato a metà mese, è in vigore la nuova aliquota IVA al 21% che va a sostituire quella precedente del 20%. La norma che è entrata in vigore a mezzanotte è stata pubblicata sul sito della Gazzetta Ufficiale fra le 21.30 e le 22.30 di ieri. In buona sostanza la certezza della modifica di questa mattina si è avuta con un margine di manovra di 90-150 minuti.

In via informale, supposto, si è comunque saputo solo ieri mattina, a meno di 24 ore dall’entrata in vigore.

È mai possibile che il cambio di una norma fiscale di questo tipo abbia un’entrata in vigore tanto repentina? Uno sbaglio di tempi tale da distruggere in tutti gli operatori economici (coloro che si ritiene più affini al governo in carica) ogni residua fiducia nell’esecutivo.

E se il danno fosse solo per una parte politica non sarebbe neppure grave, la realtà è che una manovra che dovrebbe risollevare dalla lunga crisi rischia peggiorarla non solo per l’aumento dell’IVA (che di per sé storicamente non ha mai fatto aumentare i consumi) ma perché demoralizza tutte le forze economiche.

Non le demoralizza l’aumento in sé quanto il tempo scelto, perché il fattore tempo è quello dannoso in questa manovra, un tempo istantaneo.

La Germania non molti anni fa ha portato l’IVA dal 16 al 19% in una sola volta. Ma aveva dato un ampio preavviso dell’operazione. Aveva scelto il tempo giusto.

Perché il tempo giusto è servito a rilanciare i consumi nell’immediato, perché un 2,6% di aumento su acquisti “importanti” si fa sentire e quindi chi stava alla finestra per vedere quel che accadeva si è precipitato in strada ed è corsa nei negozi a comprare.

E noi con il tempo sbagliato ci siamo persi questa opportunità.

Perché il tempo giusto consente di assimilare l’aumento come male necessario per un bene più grande per la collettività. Il bisturi serve per curare, ma viene usato anche per fare le rapine come strumento atto ad offendere.

E noi con il tempo sbagliato ci siamo persi questa opportunità.

Infine il tempo giusto serve per la crescita, le aziende avrebbero avuto il tempo necessario per ottimizzare il passaggio, approfittando della revisione anche per rivedersi internamente magari aggiornando certi processi. Le aziende produttrici di gestionali avrebbero potuto implementare l’aggiornamento con le adeguate verifiche e non buttare fuori di corsa aggiornamenti che rischiano di paralizzare i clienti in caso di errore. Magari alcuni avrebbero approfittato per cambiare la cassa introducendo l’informatizzazione nel punto vendita.

E noi con il tempo sbagliato ci siamo persi questa opportunità.

Io personalmente avrei aumentato l’IVA non di 1 punto ma di 2, però a partire dal 1° gennaio 2012. L’incremento degli introiti per lo stato sarebbe stato certamente non inferiore ma i cittadini, le imprese, tutti avrebbero accolto questa manovra (accompagnata dai tagli alla politica che sono stati solo marginali) con meno astio.

Sarebbe stato più facile identificarsi nel paziente che viene curato dal medico con il bisturi per la sua salute. Invece ora sembra che siamo stati tutti stuprati sotto la minaccia del medesimo bisturi.

Questo succede a sbagliare tempo (+ IVA al 21%).

Cominciamo bene.

Faccio un esempio. Se un eBook viene venduto a 10 euro, il 20% va subito all’ufficio Iva. Da 10 passiamo a 8. Da cui si deve detrarre il 30% , ovvero 2,4 euro, per spese e sconti  ai distributori di rete. Restano 5, 6 euro. Ovvero, la cifra su cui viene applicata la royalty proposta. All’autore, dunque, arrivano 1,4 euro lordi a download.. Se ne deduce che tutti guadagnerebbero molto più dell’autore: senza il quale non ci sarebbe l’eBook, perché bene o male la sostanza dell’ intero business è data dall’opera letteraria. In un accordo serio, l’autore dovrebbe prendere il cinquanta per cento e suddividere i proventi netti con l’editore. Altrimenti, bisognerebbe mettere in copertina il nome del maggior beneficiario dell’operazione, e scrivere che il romanzo in questione è firmato da Carlo Lucarelli e dall’Ufficio Iva”.

via Kataweb.it – Blog – Lipperatura di Loredana Lipperini » Blog Archive » DIRITTI E DOVERI DIGITALI. (via)

Se lo scopo di questa affermazione è di chiarire il principio iniziamo subito nel modo sbagliato.

Se il prezzo finale di un prodotto che sconta l’IVA ordinaria del 20% è di 10 euro avremo 8,33 euro di imponibile e 1,67 di IVA. Si deve fare lo scorporo dell’IVA, non scontarla.

Al passaggio successivo abbiamo gli “oneri di distribuzione”, qui il 30% è ottimistico (diciamo che è il costo minimo dal momento che si potrebbe arrivare anche al 40% vendendo tramite IBS o BOL).

Pur non essendo evidenziato dal testo qui sopra si decuce che all’autore va il 25% del prezzo del libro al netto degli oneri di distribuzione. Strano che pur essendo gli oneri inferiori alla distribuzione cartacea, la quota per l’autore sia calcolata sul valore netto degli oneri di distribuzione e non sul prezzo di copertina come molto spesso si fa per l’edizione cartacea.

Comunque ricapitolando sul prezzo di copertina di 10 Euro e mettendo in scalare IVA, distribuzione, autore, editore abbiamo:

  • 1,67 euro per lo Stato;
  • 2,50 euro per la distribuzione (grossomodo 0,42 per il sistema e 2,08 per la libreria);
  • 1,46 per l’autore;
  • 4,37 per l’editore.

Come è possibile dire che l’Ufficio IVA sia il maggior beneficiario dell’operazione quando sia la libreria che l’editore prendono di più?

Io sono piuttosto per l’utilizzo di un sistema trasparente per l’autore: l’importo del diritto d’autore non sia più basato su una percentuale del prezzo di copertina (o sul prezzo al netto degli oneri di distribuzione) ma fisso per ogni copia venduta con qualunque canale.

Per l’autore che si tratti di libro cartaceo, elettronico, audioCD non cambia assolutamente nulla, perché i diritti dovrebbero essere differenziati? La differenza di prezzo al pubblico è data dal costo differente per l’editore e per la rete distributiva, dunque la differenza di prezzo di copertina dovrebbe derivare solo da questo e non dal compenso all’autore.

Voi cosa ne pensate?