NoNo.

Per una strana combinazione di eventi avevo in mano una fattura della GoldenladyCompany mentre leggo il titolo di un post che invita a boicottare i prodotti stessi della Golden Lady per far capire all’azienda che la chiusura dello stabilimento Omsa di Faenza non ci va a genio.

Il post stesso è ben chiaro sull’elenco dei marchi, non sto dunque a riportarli (anche perché alla fine mi darei pure un po’ la zappa sui piedi visto che fra gli altri c’è appunto SiSi) e sull’obiettivo della campagna: far perdere un 5% delle vendite a Golden Lady.

Ammesso e non concesso che far calare le vendite di un’azienda di quella dimensione del 5% sia possibile ritengo che il danno possa essere ben superiore al risultato sperato.

Prendiamo i negozi gestiti direttamente, i Golden Point. I concorrenti diretti dei Golden Point sono i negozi Calzedonia e quelli Intimissimi: entrambi di proprietà di Calzedonia Holding spa che ha per oggetto sociale (dal sito infoimprese.it) “ASSUNZIONE DI PARTECIPAZIONI IN ITALIA E ALL’ESTERO”, dunque non è che tutti i prodotti calzedonia siano realizzati e che continuino ad esserlo nello stabilimento veronese (bella la grande scritta sul tetto visibile quando si vola da Villafranca).

Quale può essere l’effetto boomerang?

Semplice, l’azienda boicottata per aver portato all’estero parte della produzione sarà costretta a ridurre i prezzi, i margini, i costi portando all’estero anche altre produzioni. L’altra azienda che ovviamente si troverà ad incrementare le vendite per un periodo limitato di tempo (il boicottaggio per sua stessa natura ha una fine) e quindi dovrà aumentare la produzione e difficilmente potrà farlo direttamente, facile anche che possa comprare dal concorrente che non riesce a vendere.

Più che boicottare la Golden Lady per una scelta economica che chiunque di noi fa tutti i giorni (acquistare al prezzo più basso a parità di altre condizioni). Chi di voi di fronte ad un’offerta sottocosto non compra la merce perché qualcuno sta lavorando gratis? Chi di voi rifiuta di fare acquisti nei festivi perché c’è gente che è costretta a lavorare anziché riposarsi? Chi di voi controlla tutta la filiera di ciò che compra e non si limita a guardare (forse) la scritta made in Italy sul prodotto? Chi di voi se trova un 3×2 sulle calze Omsa non ne approfitta?

Quanti di voi comprano mobili all’Ikea che produce mobili in giro per il mondo dove costa meno senza preoccuparsi di tutti i mobilifici veneti o comaschi che hanno chiuso?

Il problema Omsa non è solo di costo del lavoro, quello si può giostrare, il problema maggiore è un male che in Italia si fa sentire tantissimo, è la burocrazia. Perché per fare una qualunque modifica alla struttura servono decine di permessi rilasciati in base a leggi fumose.

Vi racconto quest’ultimo aneddoto accaduto realmente che ben si potrebbe calare anche sullo stabilimento Omsa.

Un bel giorno un ispettore del lavoro entra nello stabilimento, nel reparto tintoria. L’ispettore alla fine della verifica pretende che venga realizzato un impianto di aspirazione che butti i fumi all’esterno. Giusto, si tratta di proteggere i dipendenti.

Dopo due giorni un ispettore dell’ARPA entra nello stabilimento, nel reparto tintoria. Il responsabile, al termine della verifica, comunica che ha già affidato il progetto per la realizzazione dell’impianto di aspirazione. L’ispettore dell’ARPA a questo punto minaccia di passare da li a qualche settimana e qualora vedesse il tubo di scarico avrebbe fatto chiudere lo stabilimento perché inquinante. Giusto, si tratta di proteggere l’ambiente.

Nell’esempio reale l’azienda era piccola, a conduzione familiare e si è andati a cercare una soluzione anche costosa ma che potesse mantenere la produzione. Spostando questo esempio sull’Omsa cosa pensate che farebbero i dirigenti (che ricordo devono versare utili agli azionisti) di fronte ad una situazione analoga? Esatto, sposterebbero gli impianti in Serbia!

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.