S. di vista.

Il blog di Stefano Scardovi & C.

Camera: dal cellulare muto a Twitter.

Correva l’anno 1994, per noi vecchi l’altro giorno, per i giovani magari proprio i 18 anni della loro età.

Era comunque un’altra epoca se consideriamo che a quel tempo sulla poltrona più importante della Camera sedeva una donna dal foulard verde: Irene Pivetti (la sorella dell’attrice, sempre per i più giovani).

Fu in quell’epoca remota che un bel giorno d’autunno la presidente, stanca delle continue distrazioni a cui erano sottoposti gli onorevoli e l’aula tutta, decise di mettere a tacere tutti i telefonini.

Del resto quella era l’alba della telefonia mobile di massa, dubito ci fossero già modelli con la possibilità di mettere il telefono in vibrazione sopprimendo suonerie monotone.

Oggi invece la tecnologia viene usata ampiamente nei luoghi della politica (non sempre nel modo più opportuno.

Resta il fatto che nel giro di una generazione scarsa si è passati dal divieto assoluto di comunicazione con l’esterno all’uso abituale dei nuovi strumenti di comunicazione come fa ad esempio l’On. Andrea Sarubbi (non è parente di Pietro Sarubbi l’attore, glie l’ho già chiesto io) con il suo account su Twitter.

Anche oggi c’è chi dileggia questa scelta, gente che vorrebbe vedere gli onorevoli, visto anche l’onorevole salario che percepiscono, ben concentrati sulla loro attività istituzionale e chi invece apprezza la possibilità di avere in diretta e di prima mano informazioni su quello che accade nei Palazzi fino al famoso tweet di Casini

Siamo tutti qui! Nessuna defezione! http://t.co/IV2Sllcr
@Pierferdinando
PierferdinandoCasini

Insomma, una vera e propria rivoluzione copernicana in meno di 2o anni, voi cosa ne pensate?

PagheRAI. Forse. Anzi no.

La RAI pretendeva il canone anche per il solo possesso di un PC in azienda.

E non è che fosse una trovata dei denigratori della RAI stessa, lo si capiva bene anche dal loro spot istituzionale.

No perché ora che è stata fatta marcia indietro la medesima RAI si affretta a dire:

La Rai non ha mai richiesto il pagamento del canone per il mero possesso di un personal computer.

Ecco c’è chi userebbe espressioni colorite per descrivere questo dietrofront, io mi limito a rallegrarmi perché una volta tanto la ragione ha superato la burocrazia. C’è ancora speranza per l’Italia.

La forza motivante – LASTAMPA.it

Gli adulti, inadeguati e confusi. Solo l’esercito sterminato dei Div. Giov. ha i mezzi caratteriali, economici e ormai anche fisici per indicarci il prossimo orizzonte comune.

via La forza motivante – LASTAMPA.it.

In effetti se negli ultimi 50 anni gli adulti hanno mancato di svolgere il loro compito primario, quello di preparare una nuova generazione a prendere il loro posto, ora che sono diventati Diversamente Giovani devono porre rimedio alla loro mancanza.

Una generazione che uscita dalla guerra ha preferito nascondere la fatica ed il dolore sotto il tappeto della crescita economica, del nuovo benessere che pareva eterno. Basta prendere un paio di proverbi per rendersi conto della situazione, non servono economisti:

  • Quando il padre fa carnevale, ai figli tocca fare la quaresima.
  • Quando il padre ha troppa roba, il figliolo non ha virtù.

Quindi ora che l’estate è finita possiamo continuare a fare come le cicale stando rintanati sotto terra per i prossimi 17 anni oppure come le formiche rimboccarci le maniche insegnandolo anche a quelli che fino ad ora non hanno combinato nulla.

Non possiamo dare la colpa a nessuno in particolare dal momento che la colpa è molto diffusa, è di tutti.

Ancora buon anno a tutti.

La sintesi e l’italiano.

Si dice che Gianni Riotta sia un giornalista. Malgrado questo non ha un buon rapporto con l’italiano o perlomeno con la sintesi prevista dall’utilizzo del mezzo.

Nessuno si fa trapanare denti giudizio da citizen dentist e citizen journalist possono essere strumentalizzati con pericoli per informazione
@riotta
gianni riotta

Non mi risulta che alcuno sia obbligato a prendere in mano Twitter per scrivere un pensiero ampio che richiede più di 140 caratteri, semmai poi si farà un richiamo da Twitter al contenitore più capiente.

Non è invece consentito maltrattare così una lingua per esprimere un concetto, non è un telegramma in cui si da rapida conferma di un’informazione già nota e condivisa.

Mi sembra la barzelletta dell’uomo genovese che doveva organizzare il funerale della moglie, ve la racconto nel caso non la sapeste o ricordaste.

Ad un uomo di Genova muore la moglie e si reca dall’impresa funebre per organizzare il funerale.

Alla richiesta dell’addetto si appresta a mettere giù il manifesto funebre. “Oggi è venuta meno Marta, la luce dei miei occhi per per anni mi ha accompagnato…” L’addetto lo ferma facendo notare che il manifesto ha un costo di cinque euro a parola.

La nuova stesura allora fu “Morta Marta.” L’addetto intervenne nuovamente dicendo che le prime cinque parole sono comunque comprese nel costo del manifesto.

Fu così che la stesura finale recitava: “Morta Marta. Vendo Panda rossa.

Ok, non vi sarà piaciuta ma rende comunque l’idea. Non sempre si può contrarre un concetto e non sempre si può fare uno zibaldone come quello di Riotta.

Ed un professional journalist dovrebbe sapere queste cose meglio di noi citizen.

E se proprio dovessi togliermi un dente del giudizio (piuttosto che trapanarlo) è vero che mi rivolgerei ad un dentista professionista, ma magari chiederei informazioni ad un cittadino che quel dentista conosce piuttosto che ad un giornalista molto spesso incompetente quando non deliberatamente trascrittore di comunicati stampa.

(via: Mantellini)

Giornata mondiale contro l’AIDS: ripartiamo dall’ABC.

Prima di accusare il Vaticano delle peggio cose come maggior untore planetario perché non permette ai fedeli l’uso del preservativo prova a leggere un po’ a leggere ciò che è accaduto in Uganda in particolare:

Diverse ricerche mostrano che il calo della diffusione di AIDS in Uganda è dovuto ad astinenza e monogamia piuttosto che all’uso di preservativi. Secondo Dr. Edward Gree, un antropologo dell’Università di Harvard, e un esperto sul programma ugandese contro l’AIDS, la fedeltà al proprio partner è il fattore più importante del programma, ed è ciò che lo ha reso di successo, seguita dall’astinenza. Nel 2004 uno studio scientifico raggiunse le stesse conclusioni, trovando che l’astinenza tra i giovani adulti e la monogamia e non l’uso di preservativi erano responsabili per il declino dell’AIDS in Uganda.

Resta comunque ciò che dicevo 2 anni fa.

Nonciclopedia.

Non prendo le difese di Nonciclopedia banalmente perché non ho mai seguito il sito. Certa satira non mi piace.

Certo è che se il livello di tolleranza della satira è arrivato così in basso non c’è da stare allegri.

Ecco, nulla… solo che ero certo che Nonciclopedia sarebbe diventato argomento di ampia discussione e così volevo recuperare un po’ di traffico.

Se vi interessa il discorso certamente ci sono tanti post interessanti in giro e se li trovate potete anche segnalarli nei commenti.

E’ uguale.

E=mc²

Non c’è bisogno di presentazione per questa formula che però oggi prendo in prestito per un ragionamento completamente diverso, o forse non troppo.

Come mai in Italia, internet sempre dissociato dal mondo reale? Perché, malgrado il tenore dei messaggi online sia molto simile, non è partita una rivoluzione come in molti altri Paesi affacciati al Mediterraneo?

Il problema sta nella formula iniziale: E=mc².

E per motivare questa insolita affermazione prendo spunto da Franco Arminio e da Massimo Mantellini.

Scrive Franco Arminio:

La rete accoglie ogni tipo di discorso, ma il bagliore consentito è sempre quello di un cerino. È proprio un problema di capienza. Le emozioni vere sono troppo pesanti e la rete non le accoglie, accoglie solo il loro simulacro. Siamo esseri zippati, avviliti da una democrazia zippata: vanno in rete le nostre immagini, le nostre parole, il corpo resta a casa.

Il nostro lamento nasce in rete, si diffonde in rete, a volte anche massicciamente ma come dice Mantellini:

Dobbiamo stimolare la responsabilità personale, che in rete può essere efficaciemente rappresentata, oppure inventarci qualcosa di differente ma che ci liberi per quanto possibile dall’attivismo da click.

Questo è il problema fondamentale in Italia. Che siamo pronti tutti a muovere un dito, una volta lo facevamo per cambiare canale, ora lo facciamo per assegnare un like. L’importante è che possiamo indignarci senza dover abbandonare la nostra comoda poltrona e senza dover rendere sostanzialmente conto, in particolar modo alla nostra coscienza, di queste scelte.

Siamo tutti contro la casta, perché non è impegnativo, nessuno mai ti chiederà perché sei contro la casta. Mi viene in mente quel sistema di vendita che esordiva con “Hai qualcosa contro gli ex-tossicodipendenti?” Quasi tutti rispondevano “No.” perché era meno costoso del motivare una scelta ragionata. Poi ti trovavi a comprare una Bic a 5mila lire e magari te ne lamentavi fra te e te salvo poi ricaderci la volta successiva.

Tante volte poi il nostro like va alle lamentele, tantissime va al sarcasmo che sorge dopo l’ennesima figuraccia della casta, dalla moschea di Sucate al tunnel Gelmini senza che da questo ne derivi un’azione ulteriore.

Allora veniamo alla formula iniziale: intendendo per E l’attività online e per m la nostra massa reale, quella fisica fuori dalla rete.

Una m qualunque può generare tanta E. Al contrario come ben sapete serve una quantità enorme di E per generare pochissima m.

E se nel Mediterraneo c’è stato uno stravolgimento politico di molti regimi non è grazie alla rete, che comunque ha contribuito alla cosa, ma un gran movimento di popolo.

Quello che noi abbiamo osservato non è stata la rete che ha smosso le persone ma le persone che hanno smosso la rete. Persone che hanno messo in gioco ben più della loro poltrona sulla qualche si sentivano onnipotenti, si sono giocate (e spesso perdendola) la vita stessa per un bene maggiore per tutti.

Non basta mettere un like o firmare, anche materialmente, una petizione per dire di aver fatto di tutto per cambiare lo status quo (comunque intimamente certi che le cose non cambieranno mai), è necessario mettersi in gioco, uscire dalla rete ed incontrare le persone vere (magari dopo aver organizzato l’evento su Facebook, mica è vietato) e non solo una volta per far vedere che si è in tanti. Al contrario, è indispensabile partire da piccoli gruppi propositivi. E questi piccoli gruppi poi si ritroveranno in gruppi più grandi e sintetizzeranno le molteplici proposte nella migliore raggiungibile. Ed attorno a questa nuova idea partire e continuare. Solo così, con un impegno sostanzioso e sostanziale si potrà raggiungere il risultato. Anche solo perché ci sarà costato lavorare per ottenerlo.

Quello che ci serve è squarciare queste teche in cui ognuno si è sistemato. Ci vuole che torni a circolare un’energia comunitaria, quella che spira in un luogo dove è appena arrivato un terremoto.

O vogliamo continuare ad accontentarci di cambiare canale in TV?

Personalmente il passaparola su Facebook o sul web, al costo di un colpo di mouse una tantum mi ha, come sai e già da qualche tempo, un po’ rotto le palle. Inizio a sospettare che faccia più danni che altro.

Io concordo. E tu?

Non si smentiscono mai.

Pare che il Governo si appresti a porre la fiducia sulla norma sulle intercettazioni.

Per quanto io possa essere d’accordo su un uso molto più ottimizzato e soprattutto riservato solo ed esclusivamente ai magistrati senza che queste intercettazioni possano uscire dai palazzi di giustizia c’è il solito passaggio nel testo sull’obbligo di rettifica che va a colpire anche i blog.

L’articolo reciterebbe infatti:

Per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono.

Ora la cosa è alquanto ridicola per la formulazione data e sostanzialmente non porterà nessun vantaggio ai richieditori richiedenti di rettifica professionali.

Leggendo bene il testo possiamo facilmente desumere che:

  1. Rettifica entro 48 ore dalla richiesta, come si fa la richiesta? Deve essere tracciabile? Ritengo di sì, dunque mail PEC (che i privati cittadini non sono obbligati ad avere e che comunque sconsiglio di pubblicare sul blog anche per evitare spam certificato) oppure raccomandata cartacea o telegramma. E finché non firmo per ricevuta non possono pretendere la rettifica. Sarebbe troppo facile altrimenti dire di aver mandato una richiesta di rettifica.
  2. (ancora più interessante di 1.) le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate on le stesse caratteristiche [...] dunque nessun obbligo di modificare in alcun modo il post originale ma la completa possibilità di realizzare un nuovo post contenente le ulteriori informazioni e/o smentite con un link al primo (che invece pare non essere obbligato a contenere un link al secondo). In buona sostanza mentre il primo mantiene ed aumenta la sua visibilità grazie al link del secondo e magari essendo stato ottimizzato sul lato SEO il secondo potrebbe essere meno appetibile dai motori di ricerca perché il vincolo è, ovviamente, sul solo sito che deve presentare la smentita grande quanto l’originale.

Io fossi in voi colleghi blogger non mi preoccuperei granché, hanno fatto l’ennesima legge paragonando internet alla TV (dove ovviamente la smentita non può essere la modifica di ciò che è già andato in onda) ed almeno questa volta è una buona notizia.

Voi cosa ne pensate?

Numeri da circo e classi pollaio.

Non sto a tornare sui numeri dicendo che sono del 2009 e non aggiornati (sfido chiunque di voi ad avere dati aggiornati da qualunque organismo internazionale su qualunque materia).

La consistenza media delle classi, in ogni caso, lascia il tempo che trova (come diceva appunto anche .mau.), magari una moda è molto più efficace per fare una fotografia della realtà.

Anche il fatto che le classi con oltre 30 alunni rappresentino rappresentassero appena lo 0,6% del totale lascia il tempo che trova. Dove sono ubicate queste 2.108 classi? In aule adeguate? Come sono diffuse? Sono veramente eccezioni o sono ormai prassi per certe scuole o certi luoghi?

Se si vuole analizzare la situazione della scuola i numeri non servono a nulla se non a porre l’attenzione sul dito anziché sulla Luna. La statistica poi…

Ebbene se vogliamo parlare di scuola dobbiamo abbandonare le statistiche nazionali, come pure quelle regionali e forse anche provinciali.

Dobbiamo andare in una scuola, la scuola che ci interessa. A me interessano ad oggi quattro scuole statali sulle cinque che ci sono nel mio comune, in ognuna di esse ho almeno un figlio ed in una in particolare sono presidente del consiglio d’istituto da tanto tempo, da ben prima che la Gelmini diventasse ministro. A dire il vero quando ho iniziato ad occuparmi di scuola il governo era di un altro colore ed ha cambiato più volte in questi anni. Parlo quindi con cognizione di causa.

Ebbene vi assicuro che il problema della scuola non sono le classi numerose. Magari fosse appena quello.

La mia preside ha 2 istituti, 12 plessi, 2700 studenti dai 3 ai 13 anni. Se vuole fare un giro per tutte le strutture sotto il suo controllo diretto fa allegramente 100-120 km.

Pensate ad un insegnate che manda uno studente dal preside, quando mai riuscirà a vederlo? Ma non è un’eccezione. Tutti i dirigenti scolastici del mio comune hanno due scuole (anche se le altre hanno meno sedi distaccate) in provincia di Ravenna ci sono 46 scuole, 20 hanno la reggenza.

Ma il problema non è solo di dirigenti, i bidelli (classe sempre considerata, a torto, di fannulloni) hanno subito un taglio enorme. Ora ci troviamo con bidelli che vagano per il territorio per aprire più scuole, se verranno giornate di nebbia o di gelo ci si troverà alla mattina con scuole ancora chiuse perché non si può aprire troppo presto la prima.

A Faenza una scuola materna è stata costruita su 4 palazzine, una per sezione (edilizia moderna, appariscente ma non funzionale). Ora i bidelli sono stati tagliati, una persona dovrà fare la spola fra due palazzine distinte per tutto l’inverno ogni volta che un bambino avrà bisogno del bagno (perché la maestra mica può abbandonare la classe per accompagnarne uno).

Poi ci sono le assurdità delle graduatorie per cui ci siamo ritrovati alle superiori con un’insegnante di Potenza con 4 ore settimanali di lezione. Non bastano mica 4 ore settimanali per pagarci l’affitto e così faceva la pendolare.

No, non cambia molto se in classe ci sono 28 o 32 studenti, non cambia nella misura in cui ci sono degli insegnanti validi, perché ci sono anche quelli incapaci di insegnare, incapaci di tenere una classe anche poco numerosa.

Il problema della scuola non sono neppure i bilanci tagliati (e sono stati tagliati di tanto) quanto l’incertezza del quanto e quando che impedisce ogni seria pianificazione. Non solo dal punto di vista economico ma anche e soprattutto di risorse umane.

È anche per questo che lavoro per la scuola (ora stiamo organizzando una festa provinciale dopo la positiva esperienza di Faenza l’anno scorso), per far capire alle scuole che non sono sole, che hanno con loro anche molte famiglie che hanno fiducia nella scuola e che chiedono che la scuola torni ad essere risorsa per tutta la società e non un problema di quelli che si ostinano a riprodursi.

Ben vengano allora le classi numerose, purché in strutture a norma, con docenti preparati e motivati, con risorse (scarse per colpa della crisi?) certe e tempestive.

Io spero che la lotta per salvare la scuola sia anche l’inizio della riscoperta del patto educativo.

Spero che segni la rinascita della scoperta del bene comune, la base di una nuova società.

Solo il social DRM salverà l’editoria (senza dimenticare la qualità).

C’è un libro che mi è stato consigliato e che vorrei tanto leggere, vorrei leggere questo come altri che ho iniziato e non ancora concluso perché il tempo libero concesso da un’azienda e da una famiglia numerosa non è poi così tanto.

Il tempo libero (o meglio tempo vuoto) si concentra soprattutto nelle attese, davanti a scuola, nella sala d’aspetto del dottore, in fila in qualche ufficio.

Questo fa sì che il sistema migliore per leggere i libri è averli sempre con sé, averli dentro l’iPad.

Sorge però un problema di formati, di compatibilità, non è dato sapere a priori se quel libro riuscirò ad aprirlo o se dovrò installare l’ennesimo (ammesso che esista) programma che si occupa di rendere intelligibile il testo di un libro. Stiamo parlando di un comune file di testo, con qualche formattazione stilistica e magari qualche immagine. Non è un programma che richieda chissà quali componenti specifici per funzionare, è un testo!

E così assieme all’iBooks nativo su iPad (che sto usando per leggere Facebook per genitori gentilmente offertomi dall’editore e di cui scriverò una recensione appena riesco a finirlo) ho aggiunto anche Kindle, il software per gli ebook Amazon per leggere Twitter for good che per un breve periodo era in offerta gratuita.

Tornando ad oggi il libro che vorrei leggere è Una scuola da rifare, con i lucchetti digitali di Adobe DRM. Per poterlo aprire, sperando senza intoppi, dovrei installare il terzo software per leggere un comune file di testo, Bluefire reader o un altro analogo. Ci sarebbe anche la soluzione di manomissione del lucchetto e l’uso del file non protetto su cui tornerò dopo.

Circa un anno fa scrivevo questo post partendo da un tweet di Alessandra Farabegoli. Le cose non sono affatto cambiate.

I sistemi vigenti di protezione dei contenuti non tutelano gli acquirenti. Anzi, gli pongono tanti e tali limiti che la protezione è un freno all’acquisto. Un freno soprattutto al primo acquisto per tutta una serie legittima di remore sulla possibilità di sfruttare appieno ciò che si è regolarmente pagato.

Vita più facile hanno, come accennavo, i criminali. Ci sono programmini, che non cito anche perché non li conosco, che in pochi istanti rimuovono i DRM ed il file diventa immediatamente leggibile anche su iBooks, ma a quel punto anziché rivolgersi all’editore magari vale la pena rivolgersi a chi ha già fatto l’operazione senza troppi scrupoli: tu cerchi di ingabbiarmi, io cerco di scappare. Legittima difesa.

Come dunque tutelare gli autori e gli editori senza penalizzare gli utenti? La risposta più semplice è l’uso del social DRM usato ad esempio per la copia di Facebook per genitori in mio possesso.

Il file non ha vincoli logici di distribuzione, posso prenderlo e mandarlo a chiunque, ma dentro al file stesso ci sono i miei riferimenti e rimuoverli tutti richiederebbe più lavoro che la rimozione del DRM di blocco.

In questo modo si avrebbero diversi vantaggi per gli editori (lo scrive anche Feltrinelli):

  1. verrebbe comunque limitata la distribuzione indiscriminata del libro, nessuno vorrebbe trovare il proprio numero di telefono nel bagno dell’autogrill;
  2. verrebbe comunque consentito il prestito del proprio libro all’amico fidato (quello che non lo manderà in giro a sua volta) e che magari deciderà di acquistarlo;
  3. crollerebbe drasticamente il freno all’acquisto perché il libro non avrebbe lucchetti che non so se e come potrò aprire, soprattutto se già ho letto la copia del mio amico;
  4. calerebbe di conseguenza la pirateria ed aumenterebbe il passaparola sul libro che porta a nuove vendite.

Perché alla fine dei conti per dimezzare l’incidenza della pirateria si può dimezzare la pirateria ma si può anche raddoppiare la pirateria e quadruplicare le copie vendute legittimamente. E penso che la seconda strada sia più vantaggiosa per gli editori e per gli autori.

Ed il caso di persone che acquistano il libro originale dopo aver letto la copia piratata non è semplice utopia.

Ovviamente tutto questo funziona a condizione che i contenuti siano di qualità.

Voi cosa ne pensate?